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Somnium Scipionis

Il “Somnium Scipionis” è la parte conclusiva del “De re publica” di Cicerone, scritto tra il 51 e il 54 a.C. Di quest’ opera, è l’unica parte che si leggeva nel Medioevo come a sé stante; era apprezzata per l’argomento astronomico e per la lettura in chiave neoplatonica data da Macrobio in un suo commento del V secolo; importante era ritenuto il passo in cui si nega la liceità del suicidio (in quanto non spetta all’uomo, ma alla divinità che gli ha dato un’anima celeste, stabilire il momento di lasciare la vita). Le fonti di Cicerone furono le teorie astronomiche e astrologiche a lui precedenti e in particolare le dottrine pitagoriche e stoiche sulla sopravvivenza astrale delle anime dei sapienti; anche Aristotele sostenne che l’anima umana aveva la stessa sostanza degli astri e che, quindi, gli astri erano dotati di un’anima simile a quella umana e di origine sostanzialmente divina. Antecedenti letterari sono in particolare il mito di Er nella “Repubblica” di Platone (anch’esso collocato nella parte conclusiva dell’opera) per quanto riguarda la condizione delle anime dopo la morte e, in ambiente latino, il sogno profetico che Ennio narra all’inizio della sua opera.

Scipione Emiliano, nel 149 a.C., racconta agli amici un sogno da lui fatto vent’anni prima durante la terza guerra punica: gli era apparso l’avo adottivo, Scipione Africano, che gli aveva predetto il suo futuro glorioso e una morte prematura e gli aveva poi mostrato lo spettacolo delle sfere celesti. L’immortalità e la dimora nella Via Lattea, descritta come un “splendidissimo candore inter flammas circus elucens”, sono i premi per le anime dei grandi uomini di stato. Già Pitagora la considerava sede delle anime eccellenti.
Nella descrizione delle sfere celesti Cicerone si attiene alla tradizione geocentrica; vi sono otto sfere (“orbes”), di cui la più esterna porta infisse le stelle e ruota di un moto lentissimo e annuale da oriente a occidente, oltre al moto diurno; essa è il cielo per eccellenza, che abbraccia tutti gli altri e regola ogni cosa, definita come “sommo dio”. Gli altri cieli sono, in successione, quelli di Saturno, di Giove (che ha influssi benefici per gli uomini), di Marte (funesto e terrificante), del Sole (guida e moderatore dei restanti astri, anima e principio regolatore del mondo), di Venere, di Mercurio (compagni del Sole) e infine della Luna, che splende di luce riflessa e al di sotto della quale tutto è caduco ad eccezione delle anime degli uomini. La Terra è il centro del movimento di tutti i cieli, immobile, punto verso il quale tutti i pesi sono trascinati. Cicerone segue qui la distinzione aristotelica fra mondo celeste, dove tutto è eterno e perfetto, caratterizzato dal moto circolare, e mondo ipolunare, composto dai quattro elementi corruttibili e dotati di moto rettilineo, che come tale ha un inizio e una fine e quindi non è perfetto. I cieli al di sotto di quello delle Stelle Fisse si muovono da occidente a oriente, compiendo un giro in un anno, e quotidianamente da oriente a occidente. Pertanto questi cieli risultano essere più lenti del primo.
Cicerone descrive il Sole con gli attributi divini che poco prima aveva riservato al cielo delle Stelle Fisse; l’apparente contraddizione si spiega con un influsso dei pitagorici, che vedevano nel Sole il principio dell’universo, con accenni di una teoria eliocentrica che però non era riuscita a prevalere nel mondo antico.
Nel passo successivo alla descrizione dei cieli, l’autore parla del suono generato dalla rotazione delle sfere celesti. In questo segue i pitagorici e Platone; la teoria era stata rifiutata da Aristotele e successivamente da San Tommaso, ma Dante l’accoglierà, interpretandola in chiave religiosa come canto delle anime beate:
Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni

(Paradiso, I, 76 ss)
I cieli nel loro movimento circolare producono suoni fra loro differenti per altezza e intensità perché diverso è il grado di perfezione e la velocità di ognuno; la sfera più ampia e animata da un moto più rapido produce la nota più acuta, mentre il cielo della Luna, che è il più lento e meno perfetto, emette la nota più grave. In tutto i suoni sono sette, perché il cielo di Venere e quello di Mercurio emettono la medesima nota. La Terra, ferma al centro di tutto, rimane muta. Il numero sette, secondo la dottrina pitagorica, era il numero perfetto, perché formato dalla somma di pari e dispari, e per questo motivo assumeva una valenza divina.
Questi suoni si armonizzano fra loro creando l’armonia cosmica, che gli uomini non sono più in grado di udire per l’inadeguatezza del loro udito, proprio come non sono in grado di fissare la luce del sole (è questo un altro punto di contatto con Dante, che nel “Paradiso” accosterà questi due elementi nella salita e purificazione progressiva nei vari cieli); i pitagorici davano di questo una spiegazione più sottile, che forse Cicerone aveva frainteso: poiché il rumore è un fenomeno che si coglie per contrasto rispetto al silenzio che lo precede, l’armonia delle sfere celesti viene rilevata al momento della nascita, ma poi, poiché perdura per tutta la vita, non può più essere colto per la mancanza del silenzio.
Dopo la digressione sulle sfere celesti, lo sguardo di Scipione cade nuovamente sulla Terra, che per contrasto appare ora piccola e meschina; essa è ostile all’uomo e abitata solo in minima parte e, cosa che interessa maggiormente al discorso dell’Africano, su di essa le imprese degli uomini vengono dimenticate subito, soprattutto se si paragona la durata del ricordo di esse con un solo anno cosmico. Da qui nasce l’invito al nipote a mirare al cielo, sede originaria dell’anima e vera ricompensa per le imprese dei grandi. Un’analoga riflessione viene fatta da Dante quando, giunto nel cielo delle Stelle Fisse, si volge in basso a contemplare la piccolezza della Terra.

A cura del prof. Antonio Di Chiara

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