ugo1998 di ugo1998
Ominide 26 punti

Opere filosofiche di Cicerone


-E’ molto difficile considerare Cicerone un filosofo come Platone o Aristotele, che si costruisca il suo pensiero, infatti era fondamentalmente un oratore e un politico, che si impegnava direttamente nella vita sociale. Tra il 45 e il 43 a.C., quando fu costretto all’inattività politica, scrisse opere filosofiche, ma egli non si sentiva un filosofo, bensì un divulgatore delle opere greche; inoltre vedeva nella meditazione un conforto ai mali della vita. Tuttavia non era un semplice copista di dottrine non sue, infatti filtrava le idee attraverso la sua personale visione delle cose e il suo lavoro era molto più complesso. A lui va inoltre il merito di aver arricchito la lingua latina con nuovi termini filosofici.
-Il sistema filosofico ciceroniano non era basato su un mondo astratto, ma su principi applicabili nella realtà. I principali problemi riguardano il campo estetico, quello teologico e quello gnoseologico, nonché i benefici che un uomo infelice o sventurato può trarre dagli studi filosofici.
-Il sistema filosofico di Cicerone viene definito “eclettismo”, intendendo dire che vi sono elementi desunti da varie scuole filosofiche. Cicerone, però, aveva un metodo finalizzato allo studio di molteplici dottrine filosofiche per esaminarle, valutarle, per poi contestarle o farle proprie, secondo un concetto di verità personale. I parametri valutativi di Cicerone erano la praxis e la probabilità: la prima la concretezza delle indicazioni di vita; la seconda è un parametro valutativo in base al quale, se non è consentito giungere a certezze assolute, si sceglie quella più probabile.
Il problema gnoseologico, che Cicerone tratta negli Academica, ruota intorno all’interrogativo se sia possibile pervenire alla certezza della verità. All’epoca, su questo tema si fronteggiavano varie scuole di pensiero. Lo stoicismo sosteneva il raggiungimento della verità attraverso la cosiddetta “rappresentazione catalettica”, una sorta di sintesi tra impressione sensibile e l’assenso (o il dissenso) della ragione. Gli accademici Filone di Larissa e Antioco di Ascalona, invece, riprendendo il probabilismo di Carneade, secondo il quale non tutte le rappresentazioni sono accettabili, ma solo quelle persuasive perché connotate da maggiore probabilità, erano pervenuti a posizioni eclettiche in cui erano presenti elementi platonici, aristotelici e stoici. Cicerone si collega, relativamente al criterio della verità, proprio a Filone e Antioco: egli sosteneva, infatti, la necessità per il saggio di sospendere il suo giudizio e di rinunciare alla ricerca della verità assoluta, scegliendo ciò che è probabile onde evitare l’inaridirsi della vita a causa dell’indecisione derivata dallo scetticismo.
Il problema teologico viene trattato in tre opere: il De natura deorum, il De divinatione e il De fato, nelle quali si evidenzia l’aperta ostilità di Cicerone nei confronti degli epicurei, della loro fisica atomica, del loro sostanziale materialismo e della loro concezione degli dei. L’arpinate, infatti mostra di condividere, anche se solo in parte, le dottrine degli stoici: ammette l’esistenza degli dei, che sono l’espressione universale, assoluta e perfetta dei valori che nell’uomo trovano soltanto una parziale e imperfetta realizzazione. Cicerone ammette anche la concezione provvidenziale tipica della fisica stoica, secondo cui il cosmo, ordinato e regolato, è guidato dalla divinità. Non condivide, invece, la visione sostanzialmente deterministica (non casuale) della “provvidenza”e l’importanza assegnata alla mantica, intesa come tramite tra la volontà degli dei e gli uomini e come ars che serve a predire il futuro, cosa possibile solo se esso fosse già determinato e immodificabile, mentre, essendo tutto da costruire, gli eventi possono verificarsi in molteplici modi. Cicerone tende infatti a formulare una visione razionale del problema: contrario com’è a ogni dogmatismo, afferma con forza il concetto di libertà dell’uomo, che non può essere soggetto ad alcuna forza deterministica. Libertà intesa, però, non solo come indipendenza e autonomia, ma anche come volontà realizzatrice attiva secondo il “libero arbitrio”.
Anche sul problema estetico Cicerone assume una posizione “eclettica”, e dal momento esso non viene trattato in un’opera specifica, ma qua e là nella produzione ciceroniana, si può dire che il punto di vista dell’oratore non è omogeneo.
In generale, comunque, si può dire che secondo lui la poesia deve delectare (‘divertire’), ma soprattutto docere, cioè possedere e trasmettere un contenuto etico. Per Cicerone, quindi, l’aspetto estetico della poesia e dell’arte non è importante quanto il loro contenuto e la loro funzione sociale: secondo l’arpinate, infatti, il poeta offre la possibilità di riposarsi e di sollevare l’uomo dalla routine della vita quotidiana e innalzarlo allo spirito, ma la poesia è importante anche per l’oratore, in quanto lo sorregge nell’esercizio della sua professione, e per mantenere viva la memoria storica.
Hai bisogno di aiuto in La fine della Repubblica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email