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Cicerone filosofo

La filosofia con Cicerone raggiunge a Roma il massimo livello, conosce le dottrine della maggior parte delle scuole greche ed è in grado di esporle per iscritto. Nel I sec. a.C. era un fatto consueto per un cittadino delle classi elevate accostarsi alla filosofia greca; a Roma e in Italia soggiornano e insegnano filosofi e retori greci e il viaggio in Grecia completa l’educazione del giovane romano greco. Studia filosofia a Roma e si perfeziona ad Atene e a Rodi. Nel 46 inizia a scrivere di filosofia e ha alle spalle una vita di studio condotto nei momenti di otium.

Nel De divinatione espone i motivi che lo hanno spinto a scrivere di filosofia nel 44 quando è appena morto Cesare. È stato spinto a scrivere di filosofia dalla guerra civile e dalla dittatura di Cesare perché avvenimenti che lo hanno tagliato fuori dalla politica attiva. Cicerone ha cercato un’occupazione sostitutiva, degna di sé e ha pensato di scrivere opere per educare la gioventù alla filosofia per metterla in condizione di poter affrontare la vita pubblica. Vede arricchire il patrimonio culturale di un cittadino che ha nel suo orizzonte l’attività politica. Cicerone non elabora quindi un pensiero originale, non è un filosofo, ma vuole far entrare la filosofia nell’educazione delle classi dirigenti ed è il primo romano a fare questo. C’è pragmatismo di fondo, però i giovani nobiles ed equites acquisiscono una conoscenza approfondita ma parziale perché ognuno viene istruito in scuole diverse. Fino a quel momento ricevono l’insegnamento di un maestro greco, quindi per loro la filosofia è un aspetto di erudizione. Cicerone cerca di modificare questa situazione: le sue opere sono le opere di un romano che ragiona dal punto di vista romano sulla cultura greca, ecco il pragmatismo. Critica o approva la cultura greca, ma tenendo sempre presente un suo utilizzo attivo nel mondo romano. Guida mirata al pensiero greco. Cicerone ammira la filosofia greca perché la considera strumento per comprendere la realtà, però trova un difetto di fondo dei filosofi greci, cioè, la tendenza a teorizzazioni fini a se stesse (ritorna al pragmatismo). Anche nelle opere precedenti al 46 dimostra fastidio verso coloro che ammirano nei greci le costruzioni sottili.

I greci hanno quasi sempre isolato la filosofia dalla realtà concreta, non hanno compreso che lo studio, la riflessione, ha bisogno di una destinazione dell’attività pratica. Cicerone non nega la legittimità di una vita di studio, ma la mette in secondo piano perché l’attività pratica (politica) è in primo piano.
Pragmatismo ed eclettismo - caratteristiche della filosofia ciceroniana
La posizione filosofica di Cicerone è vicina alla Nuova Accademia e al Probabilismo di Filone di Larissa e di Antioco di Ascalona, eclettico.

Definizione di probabilismo accademico: Antioco è un accademico ma eclettico; Filone è un accademico probabilista. Secondo i probabilisti non si arriva ad una conoscenza del mondo sensibile fondata scientificamente ma si possono solo avere opinioni probabili.
Eclettismo: tendenza a accumulare in un'unica posizione filosofica alcune filosofie post aristoteliche.

La posizione di Cicerone rifiuta, se eclettico, il dogmatismo delle scuole ellenistiche ma rifiuta anche lo scetticismo. Assicura il massimo della duttilità all’indagine filosofica. Se la filosofia deve avere un rapporto attivo nella realtà non può chiudersi nei confini della scuola: secondo le scuole ellenistiche la filosofia serve alla felicità individuale, secondo Cicerone a condurre l’individuo e lo stato alla miglior condotta pratica; deve essere, perciò, duttile; l’eclettismo raccoglie spunti da tutte le scuole basandosi sull’accordo comune dei filosofi e si attiene al criterio della probabilità, contrario dell’assolutizzazione, del dogmatismo. Quanto alla sostanza di questo eclettismo, Cicerone accoglie la metafisica platonica; il Timeo ha avuto grande influenza, Aristotele gli appare in linea con la metafisica platonica. Il rapporto con lo stoicismo è complesso perché accoglie concetti di provvidenza degli stoici, lo stoicismo moderato di Panezio di Rodi, rifiuta invece il rigore etico, cioè, il praticare il dovere. La chiusura nei confronti dell’epicureismo è totale, lo esprime in ogni opera, in particolare nel De Republica dove attacca la posizione astensionistica in politica e nel de finibus dove attacca l’edonismo epicureo (scuola ellenistica che ha più caro il problema della felicità individuale). Cicerone ha una concezione romana della felicità e quindi il piacere è visto come debolezza, cedimento a istinti più bassi. Secondo Cicerone l’epicureismo fa mancare il senso di appartenenza ad una azione civica, sottrae all’umanità il suo impegno più alto.

Pragmatismo, eclettismo e infine etica, il terzo punto. Divulgazione filosofica di Cicerone incentrata sull’etica perché destinazione civile.

Paradoxa stoicorum – nel 46, esposizione tesi stoiche in contrasto con l’opinione comune
45 Consolatio - la consolatio è un genere letterario finalizzato a consolare per la perdita di un caro
Hortensius- protrettico, scritto di esortazione allo studio, soprattutto di filosofia.
Cicerone concepisce le sue opere filosofiche come summa della tradizione filosofica greca.

Tra il 45 e 44 si dedica alla scrittura delle opere filosofiche, poi, si ritira a vita privata. Gli riempie il vuoto che aveva causato la politica. Mette a disposizione dei Romani in latino il patrimonio del pensiero filosofico greco. Affronta, poi, negli Accademica il problema gnoseologico, cioè, della conoscenza; è l’unico intervento in campo di gnoseologia di Cicerone perché si dedica sempre all’etica. Il titolo deriva dal fatto che sul problema gnoseologico Cicerone aderisce alla posizione della scuola accademica, quindi, di Platone, ed è una posizione probabilistica secondo la quale non esiste un criterio oggettivo per distinguere con sicurezza ciò che è vero e ciò che è falso, ma è possibile avvicinarsi alla verità attenendosi a ciò che appare probabile, cioè, ciò che è razionalmente approvabile, verosimile, che ha un certo grado di persuasività. Con gli Accademica pone le premesse metodologiche degli scritti successivi. In questi affronta il problema etico in due grandi opere in cinque libri ciascuno: De finibus honorum et malorum, Tuscolanae disputationes.

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