De Republica di Cicerone

Nello scrivere il “De Republica”, Cicerone prende spunto dall'opera di Platone; l'opera ciceroniana c'è giunta, d'altra parte, solo per un quarto e se non fosse stato per il cardinale Angelo Mai non ci sarebbe giunto niente. Il De Republica è un dialogo ambientato nella villa di Scipione e ha come argomentazione principale la politica; nel primo libro, Cicerone riprende la dottrina di Aristotele enunciando le forme di governo: la monarchia, l'aristocrazia e la democrazia. Ad ognuna di queste forme di governo Cicerone fa corrispondere una forma peggiorata: alla monarchia fa corrispondere la tirannia, all'aristocrazia fa corrispondere l'oligarchia e alla democrazia fa corrispondere l'oclocrazia (demagogia).

Lo storico greco Polibio, studiando Roma, affermò che Roma ebbe sempre grande successo in quanto la sua forma di governo era una costituzione mista, ovvero racchiudeva tutte e tre le forme di governo: la monarchia era incarnata da due consoli, l'aristocrazia era rappresentata dal senato e la democrazia era rappresentata dai comizi popolari, ovvero coloro che votavano le leggi. Secondo Polibio, quindi, a Roma c'era una forma di governo perfetta.
Nel secondo libro, Cicerone afferma che la costituzione romana superava tutte le altre, in quanto essa era espressione della volontà di tutto il popolo (in altri Stati come la Grecia, infatti, la costituzione e la scritta da una sola persona).
Nel terzo libro, invece, Cicerone afferma che alla base dello Stato ci deve necessariamente essere la Iustitia. Nel quarto libro, Cicerone parla dell'educazione del cittadino e il quinto si sofferma sulla figura del governante dello Stato “rector et gubernator republicae” o anche “Princeps”, delineando la figura del princeps e sottolineandone l'importanza.
Cicerone non aveva in mente un uomo perfetto sul quale costruire la sua figura del governatore perfetto ma ne crea un identikit ideale. Cicerone non voleva prefigurare la dittatura al posto della Repubblica, ma, dicendo “Princeps”, si riferiva ad una serie di uomini come gli Optimates e i Boni. Cicerone quindi tratteggia questa figura del princeps, facendolo sembrare quasi un asceta, un santo, una figura, quindi, molto ideale è troppo disinteressata. L'autorità di questo princeps, secondo Cicerone, doveva rafforzare quella del senato e quindi Egli non pensava ad un governo imperiale.
Nel sesto libro, il “Somnium Scipionis”, Scipione si addormenta e incontra il suo antenato l'Africano il quale gli fa esplorare l'universo e gli fa riflettere su come la terra, vista dal cielo, sia piccola. Abbiamo la prefigurazione di una specie di paradiso come luogo di gioia e tuttavia aperto solo agli uomini di Stato. Inoltre abbiamo l'idea che visto che Roma è piccola, allora anche le cose e gli uomini stessi sono piccole ed insulse.
Abbiamo da parte di Cicerone un confronto con la Repubblica di Platone: esistono, infatti, aspetti simili in quanto in entrambe le opere abbiamo una parte teorica ed una parte politica concreta; in entrambe le opere, inoltre, abbiamo queste delle visioni: in Cicerone, il sogno di Scipione e in Platone, il mito di Er. Si parla di giustizia e di provvidenza e dell'immortalità dell'anima; inoltre, in entrambe le opere si delinea la figura del princeps. Nell'opera di Cicerone, abbiamo anche legami con Polibio e i pitagorici per quanto riguarda la simbologia dei numeri e la descrizione delle sfere celesti e la visione del corpo come prigione dell'anima. Abbiamo, tuttavia, anche alcune differenze rispetto all'opera di Platone: infatti, Platone usa un procedimento dialettico, ovvero il suo messaggio prende concretezza attraverso l'intervento dei vari personaggi. In Cicerone, invece, non c'è interscambio tre personaggi ed ognuno ha un discorso prefissato: non esiste, quindi una costruzione di tipo corale. Nella Repubblica di Platone, inoltre, è uno Stato solo ideale mentre Cicerone ha in mente uno stato preciso: Roma, ma non quella Roma del suo secolo, ma la Roma dell'epoca di Scipioni.

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