Cesare - Opera maggiore


L'opera di Giulio Cesare maggiormente importante è sicuramente il De Bello Gallico.
È un commentario che racconta la guerra contro la Gallia, suddiviso in otto libri, uno per ogni anno della vicenda, che va dal 58 al 50 a.C.; i primi sette libri sono stati dettati da Cesare al suo luogotenente Aulo Irzio e l’ottavo scritto da quest’ultimo, che cercò invano di imitare Cesare.

Il racconto storico pone a confronto due civiltà, quella dei Romani e quella dei Galli, entrambe antiche ed evolute, ma diverse per modalità di vita, di conoscenza, di espressione.
Cesare descrive non solo queste diversità, ma anche le diversità di tattica dei due popoli, contrapponendo la prassi dell’assalto tipica dei Galli, che egli giudica poco razionale ed efficace, alle tecniche sofisticate dell’esercito romano, educato da un lungo addestramento a muoversi seguendo gli ordini degli ufficiali, a usare le armi e le macchine, a costruire ponti e fortificazioni, navi e accampamenti. Così l’autore costruisce in modo abile un’opera di autoesaltazione sia di sé stesso sia del popolo a cui apparteneva, evidenziando in maniera altisonante la superiorità sia tattica che sociale romana: nel presentare i vari popoli sottolineandone gli ostacoli, le debolezze e i punti di forza, Cesare tenta, indirettamente, di far sopravvalutare le sue imprese.

In quest’opera è presente anche un po’ si etnogeografia, quel genere letterario secondo cui sulla base di fonti precedenti e dell’osservazione diretta si descrivevano i luoghi e i popoli nuovi, perché Cesare ci offre uno sguardo attento ai popoli con cui combatte: quello gallico soprattutto e quello dei Germani e dei Britanni. Tuttavia, le osservazioni di Cesare non sono dettate da un interesse etnogeografico scientifico, ma hanno una finalità precisa, quella di raccogliere e riportare informazioni su quei popoli utili per sconfiggerli e dominarli.

Per un romano il mondo conosciuto si divideva in due parti, i Romani e i barbari, corrispondenti a civiltà e inciviltà, evoluzione e arretratezza. Roma combatteva le sue guerre di conquista a partire da questa convinzione, di essere cioè portatrice di una cultura e di una forma di governo superiori a quelle degli altri popoli. Sulla base di questa concezione si istituì la teoria del bellum iustum, con la quale Roma sosteneva la legittimità della guerra, come se conquista e dominazione fossero strumenti del progresso civile, politico, culturale, tecnico per il popolo conquistato, che sarebbe passato così da una condizione di barbarie a una civiltà. Con questa stessa teoria si sosteneva il fatto che alla base della guerra dovesse esserci qualcosa collegata allo ius, il diritto, cioè alla violazione della giustizia e delle leggi da parte di qualcuno.

Conseguenza della guerra di conquista era la romanizzazione, ovvero l’imposizione al popolo conquistato del proprio sistema di governo, della propria organizzazione del territorio, della società e infine del culto alle proprie divinità. Così si perdeva gran parte dell’originalità culturale dei popoli conquistati, costretti ad assimilarsi ai Romani conquistatori. Opere come quella di Cesare ci permettono di ricostruire parzialmente la qualità culturale, sociale, religiosa, ormai persa, dei popoli che Roma incontrò e sottomise prima che venissero trasformati dal dominio romano stesso.

Stilisticamente Cesare utilizza il presente storico, così da avvicinare il lettore alla vicenda; la sua essenzialità di generale militare e politico si ripercuote sul suo stile, semplice ma non spoglio: uno stile asciutto e di tono medio. La sua sintassi è prevalentemente paratattica, frequenti i costrutti semplici e rapidi come ablativi assoluti e participi congiuntivi. Presente anche l’oratio obliqua, che accentua il tono oggettivo della narrazione. Cesare, inoltre, predilige la presenza di subordinate relative, soprattutto negli excursus etnogeografici, perché questo tipo di frase ha la stessa funzione dell’aggettivo nella frase semplice, serve a precisare, completare una frase o ad aggiungere informazioni: con essa, l’autore, arricchisce la comunicazione.

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