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Il tormento d’amore

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Questo brevissimo carme fissa nell’opposizione tra amore e odio il culmine del dissidio interiore che angustia Catullo, ancora innamorato di Lesbica ma disgustato dalle sue infedeltà. Il distico che lo costituisce può apparire a prima vista una fresca espressione di lirismo romantico; ma una rapida analisi consentirà di individuare le tracce di una forte elaborazione formale e letteraria.
Il tema del contrasto tra odio e amore non manca di antecedenti nella produzione lirica greca arcaica: già la poetessa Saffo (VII-VI sec a.C.) aveva denominato Amore con l’aggettivo “dolceamaro”, mentre Anacreonte così rappresentava il proprio sentimento: “Amo e insieme non amo, e sono folle e non sono folle”.
L’esistenza di una vera e propria tradizione letteraria riguardo al tema del carme non intacca tuttavia l’originalità poetica di Catullo, che ha saputo svolgere il conflitto sentimentale in modo assolutamente personale, rafforzando la propria patetica lacerazione interiore attraverso la costruzione di un rapidissimo dialogo con un interlocutore razionale, che non è altri se non il proprio aller ego.

Una rapida analisi formale consente inoltre di mettere in luce il prezioso lavoro poetico compiuto da Catullo, a partire dall’opposizione di apertura fra i verbi odi et amo, che è riproposta, in forma di chiasmo, nel nucleo conclusivo sentio et excrucior. Le due coppie verbali incorniciano il nucleo argomentativi del testo, in cui Catullosi chiede come sia possibile vhe nel suo animo convivano sentimenti opposti come l’odio e l’amore. Egli deve allora prendere atto che ciò avviene, senza che possa in alcun modo dominare il conflitto che lo tortura. Incastonati in chiasmo tra faciam e fieri compaiono poi gli ultimi due verbi del carme (un totale di otto, in un carme di due versi privo di sostantivi o aggettivi) requiris e nescio, rispettivamente la chiusura del primo verso e in apertura del secondo verso, che esprimono rispettivamente le domande dell’interlocutore fittizio e la risposta di Catullo. La disposizione chiastica della crux, che domina largamente nel carme, sembra così costruire visivamente l’immagine della crux, la tortura a cui il poeta è metaforicamente sottoposto nella sua realtà psicologica, apertamente svelata dal verbo excurcior che chiude il componimento.

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