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Lesbia

L’ evento che segnò profondamente la vita e la poetica catulliana è l’incontro con la donna che nel suo canzoniere prende il nome di Lesbia. Questa figura ancora oggi risulta molto misteriosa infatti i critici si dividono tra coloro che le attribuiscono un improbabile biografismo e coloro che la considerano una mera finzione letteraria. Il nome Lesbia non era il nome proprio di questa donna ma le è stato attribuito dallo stesso Catullo come omaggio alla poetessa greca Saffo del VII sec. A.C. : questa poetessa sopraffina aveva infatti cantato d’amore in maniera elegante e raffinata e aveva dato libero sfogo così alla propria sofferenza stemperandola nella perfezione formale. La reminiscenza saffica però non è presente solo nel soprannome della donna, infatti, Catullo attraverso l’utilizzo della strofa saffica, traducendo (ovvero rielaborando) l’ode 31 voigt, recuperando l’immagine del fiore reciso nel carme dell’addio e gli aggettivi ossimorici nel carme 85 semina nel canzoniere numerosi segnali della sua ammirazione per la poetessa greca.

Abbiamo un esiguo numero di notizie riguardo l’identità di Lesbia e in particolare dobbiamo fare riferimento a quelle che ci sono giunte direttamente dall’antichità. Apuleio, uno scrittore del 2° sec d.C. nella sua Apologia afferma che il vero nome dell’amata di Catullo era Clodia. Solo nel 16° sec. Quest’ultima fu identificata dall’umanista Petrus Victorius con la moglie del console Quinto Metello Celere console nel 60 e morto nel 59) e sorella di Publio Clodio Pulcro il tribuno della plebe ucciso da Milone sulla via Appia nel 52 a.C
Ella era sicuramente una donna dai costumi emancipati ed immersa in un ambiente mondano e galante. Lo stesso Cicerone ne denunciò gli atteggiamenti libertini e talvolta incestuosi nell’orazione Pro Caelio del 56 a.C.
Era una donna fedifraga per natura che tante e tante volte deluse l’ormai disincantato Catullo che in alcune liriche afferma di voler perdonare le scappatelle della donna finchè stremato dalla sofferenza le attribuisce epiteti offensivi tanto da arrivare a definire la sua casa come una salax taberna e lei stessa come una prostituta capace di fiaccare 300 uomini nel carme 11.
In una società maschilista come quella latina infatti la donna non poteva esercitare professioni virili e non poteva condurre vita pubblica. Ella viveva l’intera sua esistenza asservita all’uomo: prima il padre e poi il marito e gli unici 2 compiti fondamentali che doveva portare avanti una volta sposata erano la procreazione e l’educazione della prole. Il matrimonio infatti fino alla fine del 2° secolo a.C. era cum manu e ciò comportava il passaggio della donna e della dote sotto il potere insindacabile del marito. Solo dopo il contatto tra la civiltà greca e quella latina e il graduale processo di ellenizzazione del II sec. si giunse al matrimonio sine manu, rapporto consensuale in cui i 2 coniugi rimanevano padroni della propria dote e potevano chiedere il divorzio. La matrona romana ideale (diventata tale grazie al matrimonium) doveva avere certe caratteristiche peculiari: casta, pia, domiseda e lanifica. Questi valori vedevano la loro concreta realizzazione in particolare in 3 figure della roma antica : Lucrezia, Cornelia e Turia.

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