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C’è bellezza e bellezza

Quintia formosa est multis. mihi candida, longa,
recta est: haec ego sic singula confiteor.
totum illud formosa nego: nam nulla venustas,
nulla in tam magno est corpore mica salis.
Lesbia formosa est, quae cum pulcerrima tota est,
tum omnibus una omnis surripuit Veneres.

Il ritratto di Lesbia, abbozzato “in negativo” nel c.43, si completa in questo epigramma con l’individuazione di alcuni tratti spirituali della donna, di cui Catullo esalta l’intelligenza e il fascino complessivo: fissando la distinzione tra la bellezza puramente fisica e il fascino completo della figura femminile, Catullo contribuisce ampiamente a definire un canone di gusto che ancora condiziona il nostro giudizio. Come nel c.43, anche qui Catullo procede mediante il confronto tra Lesbia e un’altra donna. A differenza però del c.43, brillantemente ironico, questa lirica si distingue per il tono calmo, tranquillo e riflessivo con cui il poeta sostiene la superiorità di Lesbia. La puntualità del lessico, che distingue le attrattive puramente fisiche di una bella donna dal fascino completo di Lesbia, donna formosa e pulcerrima, condensa l’ideale catulliano nella venustas (v.3), la grazia soffusa di eleganza. In particolare, se l’aggettivo formosa assumesse, come sostiene A. Grilli, il senso di “eccellente per forma”, la definizione della bellezza di Lesbia potrebbe avere implicazioni filosofiche di stampo platonico. Il fascino della donna amata, che non consiste in una somma di parti, incarnerebbe dunque l’Idea stessa della Bellezza, e la mica salis (letteralmente “un briciolo di sale”) che in lei brilla altro non sarebbe se non “l’anima, la scintilla dell’idea che si riflette nel corpo interamente bello”.

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