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Virgilio - Il lavoro, fonte di progresso


All’interno di questo passo si rintraccia fortemente la presenza di Esiodo per via del marcato intreccio con la volontà e l’operato degli dei, infatti viene citato Giove che esorta l’uomo ad applicarsi, lavorare e produrre del bene per la comunità.
Voler esortare l’uomo attraverso Giove significa augurare che questo si riprenda dalle guerre civili e arrivi a un’epoca di prosperità: è simile alle esortazioni che Cicerone faceva alle giovani generazioni; in più, va ricordato che il politeismo era ancora in voga, gli dei erano fondamentali, e pertanto se era Giove a esortare gli uomini sicuramente l’età successiva sarebbe stata prospera.
Due termini fondamentali sono “labor”, la fatica, e “pietas”, religiosità e rispetto degli dei in quanto da loro dipende il destino degli uomini.
L’ozio di cui si parla all’interno di questo testo viene inteso non come otium, ma nell’accezione moderna di assenza di impegno; il “colono” invece è colui che aveva subito una dipendenza da un latifondista e dunque lavorava i campi.
Al verso 128 torna il tema della natura che provvede a se stessa se l’umanità è in armonia, già visto nelle Bucoliche ,
Il termine “fatica”, infine, apre e chiude il passo: l’uomo che si è impegnato per il bene della cittadinanza viene ripagato, e ciò non è altro che il naturale rapporto causa-effetto dettato dalla giustizia divina.
All’interno del testo vengono fatti dei riferimenti alla Grecia con il nome di Cerere, la greca Demetra, e dell'oracolo di Dodona in Epiro, per questo le due culture si fondono e diventano un unicum.
La metafora della ruggine si riferisce al fatto che l’uomo cattivo che non si impegna rovina anche ciò che è stato fatto di buono; questo ha una doppia lettura: indica sia la ruggine che in natura rovina le piante e gli oggetti, sia il fatto che l’uomo ingiusto che non rispetta la pietas rovina anche gli altri, e tutto ciò che cresce dopo di lui non ha vita perché manca della virtus e dei valori morali.
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