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Seneca

Seneca nacque nella colonia romana di Cordova, dalla gens Annaea, famiglia di origine equestre. Poco più che fanciullo, giunse a Roma per compiere i suoi studi di retorica e di filosofia, verso cui mostrò migliori inclinazioni. Notevole fu l’influenza subita da due filosofi stoici, con cui affrontava vari discorsi. Si dedicò, poi, all’attività politica intraprendendo il cursus honorum, ed entrò a far parte del Senato. Fu relegato in Corsica quando Claudio salì al trono, evento di rilevante importanza poiché gli diede la possibilità di scrivere importanti opere filosofiche. Lo stoicismo attirava il suo interesse sia per l’apatia che il saggio deve conseguire, sia perché è in grado di fornire una spiegazione a ogni genere di dolore umano, unico modo per mettere alla prova la virtus. Seneca fu richiamato a Roma per volere di Agrippina, seconda moglie di Claudio, che gli affidò l’educazione di Nerone, a cui, quando divenne imperatore, tentò sempre di indicare il giusto modo di regnare. Inizialmente, Nerone regnò con grande moderazione, ma in un secondo momento divenne folle e sanguinario. Per questo motivo, Seneca abbandonò la vita politica e tornò in Corsica, in esilio. Seneca fu poi condannato a morte dallo stesso Nerone, morendo mentre conversava con gli amici di filosofia.

Sotto il titolo complessivo di Dialogi ci sono giunti dieci trattati filosofici di argomento vario. Il titolo è, però, improprio. Infatti, il destinatario dell’opera, nonché il dedicatario, ha come unico scopo quello di ascoltare quanto l’autore ha da dire, senza intervenire.

Le Consolationes --> Sono 3, le prime due trattano del tema della morte, mentre la terza dell’esilio.
Ad Marciam --> La morte non è visto come il male estremo, ma come liberazione, essendo l’unica certezza di ogni uomo, libera dalle sofferenze del presente e pone fine al supplizio della vita, altrimenti eterno.
Ad Polybium --> Riprende i temi della precedente.
Ad Helviam --> La madre di Seneca è addolorata per l’esilio del figlio, ma lui le dice che non deve affliggersi per questo, poiché è mutato solo il luogo in cui si trova e, inoltre, il sapiens non ha una particolare patria.

De brevitate vitae --> Fu scritto dopo il rientro a Roma dal primo esilio in Corsica. Seneca sostiene che la vita non è breve, ma che sono gli uomini a sprecarla. La maggior parte è impegnata nelle faccende pubbliche e private, e non si preoccupano di cercare di raggiungere la sapientia. Solo il saggio sa sfruttare appieno il tempo concessogli, attraverso la pratica dell’otium.

De ira --> L’opera tratta il sentimento irrazionale dell’ira. Innanzitutto, viene trattato in che modo ha origine questa passione umana, che ottenebra la mente. L’ira colpisce tutti, ed è la causa principale dei conflitti. Essa, coinvolgendo l’animo, può essere arginata attraverso la ragione. Infine, pone un’attenta analisi su come risolvere il problema dell’ira.

De constantia sapientis --> Il protagonista dell’opera è, ancora una volta, il sapiens, inattaccabile dalle iniuriae e dalle contumeliae, ingiustizie più o meno gravi. Oltraggi e disprezzo, soprattutto se hanno origine da altri uomini, non possono provocare la nascita dell’ira, poiché sa benissimo che ciò corrode soltanto il corpo, e non l’animus.

De vita beata --> La virtù è l’unico bene che può rendere felici gli uomini, al contrario dei cosiddetti bona, concessi dalla fortuna, e che sono un pericolo per l’uomo stesso, poiché sarebbe sempre alla ricerca della voluptas, e schiavo della fortuna. Quindi, solo con la virtù si può raggiungere la vita beata. Per quanto riguarda le ricchezze, queste sono utili al sapiens, che è capace di rinunciarvi in ogni momento, e sono mortali per l’uomo comune. (Probabile autodifesa di Seneca, quando accusato di possedere varie ricchezze, in contraddizione con quanto lui auspicava).

De tranquillitate animi --> Qui Sereno, il destinatario, accetta le tesi dello Stoicismo, ma non è ancora privo di dubbi. Seneca fa notare che, venendo fuori da una malattia, senza avere la completa certezza della guarigione, si è presi da un senso di inquietudine e di sconforto. Occorre liberarsi dal male, prima di riuscire a raggiungere la tranquillitas animi. Per raggiungerla, è necessario imparare a distaccarsi dalla vita pubblica, imparare a scegliersi gli amici, e non si devono concepire aspirazioni smodate, imparando a rinunciare, all’istante, quando necessario, a tutto ciò che è stato concesso dalla vita. C’è, in quest’opera, un Seneca più “morbido”, e lo si deve, probabilmente, al suo imminente allontanamento da Nerone.

De otio --> Anche qui il dedicatario è Sereno, che ora ha finalmente abbracciato i precetti della dottrina stoica. L’opera è strettamente collegata al nuovo esilio, all’abbandono della corte di Nerone. Seneca attacca i negotia, a favore dell’otium, in una sua specifica accezione: non è inteso come il disimpegno dalla vita politica, bensì come quella condizione di pace necessaria al saggio per riflettere.

De providentia --> L’opera è dedicata a Lucilio, suo caro amico negli ultimi anni di vita dell’autore. È trattato il tema della presenza del male nel mondo e, di conseguenza, la posizione della divinità in relazione a ciò. Seneca è convinto che solo attraverso il male e le ostilità può emergere la virtus degli uomini, quindi, sostiene che la divinità, nel porre questi ostacoli, si compiace nel vedere come riescono a superarli attraverso la virtù.

De clementia --> È un trattato in 3 libri, dedicato a Nerone, con cui Seneca tenta di arginare le intenzioni violente del giovane principe, appena salito al trono. Seneca, dunque, sostiene che la clemenza è un’esigenza naturale, soprattutto di chi governa, poiché questi deve tendere verso la salvaguardia dei cittadini e dello Stato, e l’esercizio di un potere che richiede pari grandezza d’animo. La clemenza, però, non deve essere scambiata per compassione o per perdono, dato che la prima è considerata una malattia dell’animo e la seconda prevede l’annullamento della punizione dovuta. L’opera, infine, descrive un ritratto ideale di come dovrebbe essere il principe.

De benificiis --> Fu scritto da Seneca in 7 libri, dedicato ad Ebuzio Liberale, uomo ricco e colto. L’argomento dell’opera riguarda la beneficenza e la gratitudine da essa derivata. Infatti, Seneca afferma che il beneficio, ispirato dalla generosità, ha riscontri positivi sia nel beneficiato che nel benefattore, e l’ingratitudine non deve dissuadere a compiere atti di questo genere. La conclusione alla quale l’autore giunge è che bisogna sempre fare del bene per gli altri, nonostante sia frequente l’ingratitudine, poiché il beneficio ha un forte valore in sé e nel vincolo sociale con gli altri, fondato proprio sul reciproco aiuto.

Le Naturales quaestiones --> Le Naturales quaestiones sono da distinguere dalle opere di carattere filosofico dell’autore. Nell’opera, i problemi astronomici, geografici, meteorologici che tratta non sono affrontati con scientificità, bensì con un’attenta analisi, volta all’accettazione o alla confutazione degli scritti di altri autori. Importanti per la comprensione dei vari libri che compongono l’opera sono le prefazioni, da cui traspare l’obiettivo di Seneca di giungere alla conclusione della dottrina stoica, ossia che dio è natura e mondo. E sulla base di questi princìpi Seneca contempla la natura, il mondo, i fenomeni del cielo e della terra. L’uomo, infine, deve porre rimedio ai guasti che egli stesso ha provocato con un uso sbagliato dei doni della natura e deve liberarsi di quanto impuro è in lui, per sollevarsi con l’anima verso la divinità.

Apokolocyntosis --> L’opera è strettamente collegata al De clementia. Nell’opera, Seneca tratta della damnatio del defunto Claudio, che, una volta morto, sarebbe stato trasformato in zucca. Importanti sono le parti in cui Seneca colpisce l’intero costume dell’età in cui Claudio è stato imperatore e, implicitamente, svolge una funzione di sostegno nei confronti del nuovo principato di Nerone. Per il suo intento, è considerabile come un’opera politica.

Epistulae morales ad Lucilium --> Furono scritte dopo che Seneca abbandonò la vita pubblica. Diverse sono le contraddizioni e i dubbi che avvolgono l’opera. Innanzitutto, non si sa se si tratti di un epistolario reale o di una finzione di tipo letterario. Il destinatario di queste lettere potrebbe essere, idealmente, lo stesso Seneca, impersonificato con Lucilio, destinando, quindi, i consigli che ne escono fuori a se stesso. Ogni lettera è scritta sotto forma di diàtriba, ossia in forma di conversazione tra due, affrontando temi vecchi e nuovi. Gli argomenti, già trattati nelle precedenti opere, sono presentati secondo un procedimento e uno stile diverso. Risulta chiaro che, nell’opera, la vita è tutta propensa verso la morte; l’uomo, quindi, per esserne pronto, deve evitare ogni cosa che lo distolga dall’esercizio della virtù.

Le opere filosofiche di Seneca rappresentano la sua produzione più cospicua, in cui, però, non affronta problemi teoretici, né vuole, alla maniera di Cicerone, divulgare teorie filosofiche greche. La filosofia deve essere una sorta di medicina doloris. La sua filosofia, inoltre, è tutta incentrata sull’humanitas, intesa però diversamente dal passato, poiché si identifica come un sentimento di filantropia. È, inoltre, il primo cittadino romano a proporre una riconsiderazione degli schiavi, visti come tutti gli altri.

Il suo stile è caratterizzato dalla varietas, differentemente da Cicerone, che fa uso della concinnitas. Quello che veramente risulta complesso nello stile dell’autore è l’uso di vocaboli del tutto nuovi, di carattere filosofico, che ne rendono difficile la comprensione. Dato che Seneca vuole dimostrare, attraverso i suoi scritti, la validità dei suoi ragionamenti, preferisce accostare le varie proposizioni attraverso la paratassi, in modo che sia facile seguire il filo dei suoi ragionamenti.

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