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Seneca e la figura di Medea

Nel mondo antico le varie culture che si sono succedute hanno avuto un personale ed esclusivo rapporto per quanto concerne il rapporto tra i genitori e i figli. Lo storico greco Diodoro Siculo narra che gli egiziani ritenevano che i genitori, donando la vita ai figli non commettono alcun delitto se gliela tolgono, o ancora che Greci e Spartani assegnavano il diritto di vita e di morte sui neonati agli anziani della tribù.
Il mondo romano riprese molte consuetudini del mondo greco: Cicerone, Tacito e Seneca, ad esempio, hanno spesso lodato le leggi che ordinavano di uccidere i bambini malformati e solo nel IV sec. d.c. gli imperatori romani ordinarono di allevare e nutrire i propri figli, condannando a pene severe l’infanticidio.

Il mondo greco e romano è accomunato, per quanto riguarda il rapporto tra genitori e figli, dalla figura mostruosa di Medea, figlia del Sole, sacerdotessa e maga e poi perfida e assassina.
Medea, la straniera, preferisce uccidere, piuttosto che sopportare l’idea di essere abbandonata, condannata insieme ai figli ad errare in eterno.
La rabbia e il desiderio di vendetta nei confronti di Giasone coinvolge i figli che decide di uccidere.
E’ fatale che muoiano, e se debbono
morire, sarò io che darò loro
la morte, io stessa, che li ho partoriti
” (Euripide).
La figura di Medea è stata portata nel mondo romano da Seneca, attraverso una tragedia, rappresentata tra il 61 e il 62 d. C.
La tragedia presenta l'innovazione tecnica dell'uccisione dei figli da parte della protagonista sulla scena e davanti agli occhi degli spettatori, contrariamente a quanto si usava nel dramma antico, in cui i fatti luttuosi, anziché essere rappresentati, venivano narrati da un nunzio.
Già nel prologo la figura della protagonista è delineata, non molto come una donna tradita, abbandonata dallo sposo, quanto come una maga dal carattere demoniaco, desiderosa di una tremenda vendetta. È questa una differenza tra la Medea di Seneca e quella di Euripide. Quest'ultimo infatti la descrive come una donna disperata nel suo dolore. Ma diverso è anche l'atteggiamento di Giasone, il marito. Infatti mentre in Euripide Giasone è convinto delle sue azioni e disprezza Medea supplice, in Seneca invece, l'eroe è in preda all'angoscia e si dichiara costretto a prendere tale decisione, per amore dei figli.
Giasone ripudia Medea, che per amor suo aveva tradito il padre e la patria e a lui aveva dato due figli; ripudiando Medea, Giasone può sposare Creusa, figlia di Creonte re di Corinto. Folle di rabbia e di gelosia, Medea ricorre alle sue arti magiche e provoca la morte di Creonte e della figlia. Poi, per punire Giasone nel modo più efferato, uccide i figli, prima di scomparire in cielo, su un cocchio trainato da draghi alati.
La Medea di Seneca non poteva prescindere dal modello euripideo, ma doveva fare i conti anche con la Medea di Ovidio. Purtroppo la perdita totale dell’unica tragedia ovidiana ci impedisce di valutare la portata del suo influsso su quella di Seneca, e la dodicesima delle Heroides (l’epistola amatoria di Medea a Giasone) può darci solo una pallida idea del modo in cui Ovidio avrà costruito il suo personaggio tragico. In ogni caso, dalla Medea di Euripide quella di Seneca prende nettamente le distanze. Euripide aveva esaltato l’humanitas di Medea, la sua dignità di madre e di moglie tradita, il suo ruolo di vittima, prima, di carnefice, poi: per Seneca, invece, Medea è la maga tessala, che la natura demoniaca ha posto in stretto contatto con gli spiriti del male. Sin dall’inizio del dramma, di Medea balza in primo piano il furore, che la rende implacabile nel suo desiderio di vendetta, perseguito con lucida follia.
Parimenti stravolto risulta il personaggio di Giasone, che in Euripide contrapponeva alla disperata umanità di Medea l’arroganza e il disprezzo dell’uomo convinto di aver preso la decisione giusta e rinfacciava all’eroina tragica i vantaggi da lei ottenuti grazie all’aiuto offerto nella conquista del vello d’oro. Di fronte al mutevole atteggiamento dei protagonisti, anche il coro finisce per assumere posizioni antitetiche: quello euripideo biasima Giasone per il tradimento, che non può considerare come un atto improntato a giustizia; quello di Seneca si schiera apertamente contro Medea, le rinfaccia la sua condizione di donna straniera, ne condivide la condanna all’esilio, che, solo, potrà allontanarla da Giasone.

A cura del prof. Antonio di Chiara

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