Seneca, Lucio Anneo - Dialogorum libri


I Dialogorum libri o Dialogi sono 10 trattati filosofici (12 libri in totale) di argomento morale scritti nell’antico codice Ambrosiano; non sono dei dialoghi veri e propri, con uno scambio continuo di battute tra personaggi: la forma dialogica è limitata a qualche occasionale domanda al dedicatario dell’opera o a interventi di un interlocutore fittizio. Ipotesi critica: monologo interiore con destinatario, sé stesso e i lettori, volto al perfezionamento dell’interiorità. Modelli di riferimento: Platone e i filosofi cinico-stoici: impostazione vivacemente discorsiva, tendenza a rivolgersi direttamente al destinatario, interlocutore fittizio o generico. Di questo insieme fanno parte le tre consolationes; la consolatio è un genere di prosa nato in Grecia, che consiste in una breve riflessione filosofica sulla morte e su ciò che è bene e male per l’uomo.

De providentia: il tema è la provvidenza divina; i peggiori hanno fortuna, i buoni avversità per un disegno provvidenziale che vuole provare la virtù di questi.

De constantia sapientis: il saggio non è ferito né dagli oltraggi né dalla mutevole fortuna perché la virtù è invulnerabile; è dedicato ad Anneo Sereno.

De ira: studio sulle passioni umane e la loro fenomenologia. Seneca punta l’attenzione sulla natura dell’ira, simile alla follia, i suoi sintomi e le modalità per vincerla, cioè tenendola sotto controllo dalla ragione.

De vita beata: il tema è la felicità. Seneca presenta la dottrina stoica, che sostiene la coincidenza tra felicità e virtù e si contrappone a quella epicurea, che la identificava nel piacere. Il conseguimento della virtù è impegnativo, ma l’importante è porre sé stessi nella prospettiva della ricerca. Seneca difende i filosofi e, implicitamente, sé stesso dalle accuse per le sue ricchezze, la sua vita lussuosa e le sue incoerenze.

De otio: tratta il problema del rapporto fra individuo e società. Seneca voleva giustificare la sua scelta di ritirarsi a vita privata: se l’uomo è impossibilitato a dedicarsi ai problemi dello stato, è bene apprezzare i vantaggi della vita contemplativa. Il tempo per l’otium, da non intendere come dolce far niente ma come il tempo speso nel dedicarsi alle lettere e agli studi, è necessario per progredire nel cammino della perfezione personale e utile per aiutare gli altri.

De tranquillitate animi: dedicato ad Anneo Sereno, in dubbio se dedicarsi all’otium o al negotium. Seneca suggerisce una via di mezzo tra i due opposti stili di vita e riflette su come raggiungere l’equilibrio interiore.

De brevitate vitae: affronta il problema del tempo. Seneca dimostra che il tempo appare non essere sufficiente a chi lo considera dal punto di vista della sua quantità e non della sua qualità: il tempo è sufficiente per le cose importanti, non per le banalità. Si distinguono così per opposizione i sapientes che sanno usare il tempo e gli occupati che lo sprecano alla ricerca della ricchezza, della fama e del successo politico. In più, il saggio deve preoccuparsi solo del presente, in quanto il passato e il futuro, per i quali stiamo spesso in ansia, non sono in nostro potere.

Consolatio ad Marciam: scritto consolatorio per la dello storico Cremuzio Cordo, Marcia, che piangeva la morte del figlio Metilio. Seneca le ricorda che la morte sia la legge della vita e come il dolore incomba su ogni cosa. Nelle avversità bisogna essere forti. Porta l’esempio di molti personaggi celebri.

Consolatio ad Polybium: scritto consolatorio per Polibio, liberto di Claudio, affranto per la morte del fratello. Una supplica per la revoca dell’esilio.

Consolatio ad Helviam matrem: la migliore delle tre consolazioni, scritta per la madre afflitta a causa dell’esilio del figlio. Nelle disgrazie ci confortano le cose più belle: la natura e l’animo. L’esilio non è un male, solo un cambiamento di luogo. Porta l’esempio di donne forti e il cosmopolitismo stoico.

Spesso frequenti sono le riflessioni sulla morte: stimolano il lettore a godere della vita considerando l’irrisolvibilità della morte (precedenti: Orazio, “carpe diem”; Catullo, carme 5 “vivamus mea Lesbia”)

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