Video appunto: Seneca, Lucio Anneo - Dialoghi: caratteristiche generali

I dialoghi



Non si tratta, anzitutto, di trattazioni in forma dialogica, in quanto il titolo dell’opera si deve alla grande tradizione filosofica (e in particolare a Platone) del dialogo. Presentano tuttavia trattazioni autonome di etica stoica, la cui stesura si colloca lungo tutto l’arco della vita di Seneca.
Al loro interno possono però essere individuati dei gruppi, più o meno omogenei, accomunati dalla tematica centrale attorno a cui ruota il discorso. Fra queste vi sono le Consolationes, scritti rivolti a specifici destinatari il cui compito era quello di consolarli per la perdita di una persona cara tramite le tematiche stoiche, inserendovi quindi argomenti, anche se con fare meno speculativo, di carattere filosofico, la brevità della vita e i veri beni che non sono fuori ma dentro di noi, rendendo quindi le cose perse non davvero perse; in particolare i temi che vengono trattati sono la permanenza del ricordo, il sapersi consolare nella propria forza d’animo. Ne fanno parte la Consolatio ad Marciam, ad Helviam (con cui vuole rassicurare la madre sulle sue condizioni da esule, esaltando l’otium contemplativo), ad Polybium (indirizzata a un potente liberto di Claudio -si diceva infatti che vista la sua incapacità fossero i liberti a governare- ma che risulta in realtà essere un tentativo di adulare Claudio per ottenere il ritorno a Roma). Vi sono poi una serie di trattazioni sulle passioni, con i tre libri del De ira, una sorta di fenomenologia delle passioni in cui se ne analizza (in modo quasi fisiologico) l’origine e i modi per dominarle e inibirle poiché il saggio stoico deve dominarle e per controllarle è necessario conoscerle. Particolare attenzione viene dedicata all’ira, considerata la peggiore in quanto è la più disumanizzante sia interiormente (a livello morale) sia esternamente (a livello di aspetto fisico), abbruttendo e rendendo simili agli animali. Il De vita beata è incentrato sulla conciliazione della felicità e della ricchezza e degli agi, libri attraverso cui sembra voler fronteggiare delle accuse di non vivere secondo i principi professati (vuole quindi difendersi dall’accusa di opportunismo); grazie alla posizione politica e all’usura aveva infatti ottenuto un immenso patrimonio, da sempre visto nella filosofia come ostacolo al raggiungimento della vera felicità in quanto vincolo terreno. Seneca allora, ricordando che l’essenza della felicità è la virtù, risponde a tali provocazioni sostenendo che non è la ricchezza in sé che impedisce il raggiungimento della felicità ma il modo in cui l’uomo ne fa uso. Viene infatti legittimata nel momento in cui tale ricchezza sia funzionale alla ricerca della virtù (permette infatti una vita tranquilla e totalmente dedita alla ricerca, sollevando il filosofo dalle incombenze delle normali occupazioni quotidiane) e nel momento in cui il filosofo sappia possedere le ricchezze ma non farsi possedere da quest’ultime. Importantissima è la riflessione senecana sul tempo. Nel De brevitate vitae tratta infatti la fugacità del tempo e della vita, che all’uomo appare breve in quanto incapace di coglierne la vera essenza, disperdendo il tempo a sua disposizione in futili occupazioni anziché impiegarla nel compimento di cose più importanti e di attività meritevoli. L’importante è quindi non la durata, che tanto è di durata insignificante rispetto al tempo eterno della morte, ma come esso viene vissuto. Questo è dovuto anche al fatto che esso è il nostro bene più prezioso: la nostra vita è infatti piena di beni variabili e l’unica cosa che è veramente nostra è il tempo e per questo è importante che l’uomo impari a tenerselo stretto, dando valore ad ogni momento e non dissipandolo in futili occupazioni. Tuttavia l’uomo non sa neppure come e quando perde il suo tempo, unico bene insostituibile; è quindi una caratteristica del saggio il saper gestire razionalmente il tempo e, qualora non vi riesca, la consapevolezza del come sia stato perso. Il presente è inoltre l’unico momento che conta poiché è l’unico che l’uomo possiede davvero e può impiegare, in quanto il passato è già morto (tema del cotidie morte) e il futuro ancora non esiste. La differenza con il carpe diem epicureo risiede nel diverso valore del presente: per gli stoici vivere pienamente significa vivere secondo virtù mentre per gli epicurei secondo voluptas.

[*] Agli ultimi anni risale invece la tematica, affrontata nel De providentia, della contraddizione fra progetto provvidenziale, che per gli stoici presiede la vita dell’uomo, e la constatazione di come la sorte punisca non i disonesti bensì gli onesti. La soluzione che Seneca offre è quella di un destino che metta alla prova i giusti e ne esercita la virtù, mettendo alla prova il saggio che, per definirsi tale, deve essere in grado di adattarsi in toto al logos, anche accettando e sopportando le situazioni più ingiuste. Infine, vi sono numerosi libri i cui alla filosofia si affianca il tema politico, non solo in se e per se ma anche in relazione del ruolo del filosofo, per cui Seneca propone una mediazione fra l’otium contemplativo e l’impegno del civis romano suggerendo, nel De tranquillitate animi (secondo libro di una trilogia, dedicata ad un amico desideroso di abbandonare la filosofia epicurea e dedicarsi invece a quella stoica, incentrata su tale tematica; nel primo libro viene affrontata l’imperturbabilità del saggio, la cui fermezza interiore gli permette di resistere a qualsiasi avversità: il saggio non si fa infatti toccare dalle cose materiali e neppure dalle offese che gli vengono arrecate per via della sua ricerca, in quanto l’unica cosa che a lui interessa, l’etica, è l’unica cosa che non può essergli attaccata; nel terzo ripiega sulla scelta di una vita appartata, esaltandone il carattere contemplativo, che tuttavia risulta forzata ed imposta dalla situazione politica stessa) una flessibilità, legata alle condizioni politiche, in grado di conciliare i due aspetti e con lo scopo di giovare, con un animo serena, se con l’impegno pubblico con la parola e l’esempio). In conclusione, Seneca dichiara che il saggio non deve astenersi totalmente dalla vita politica ma quest’ultima non deve provocargli turbamento, permettendogli di lavorare per il bene della sua comunità fintanto che la serenità del suo animo non venga compromessa.