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Seneca - Determinismo e provvidenza


L’utilizzo contemporaneo di “legge di natura” descrive un processo naturale uniforme, oppure direttamente i principi che lo determinano e sussumono, fissi e non arbitrari. Seneca più volte utilizza una nozione simile di legge. [De Providentia] I fenomeni ordinati del nostro mondo stanno sotto la supervisione divina, piuttosto che del caso, in un processo regolare che ricorda una legge: aeternae legis imperio.
[Ep. 65] La cosmologia di Seneca si fonda sulla legge, non sulla casualità. [Quaestiones Naturales] Soltanto uno straordinario momento di cataclisma cosmico può scardinare questa regolarità. Seneca fa riferimento anche a speciali e ipotetiche leggi di natura che potrebbero interferire con il normale processo universale. Ciò potrebbe indicare che il filosofo dà maggiore enfasi alla natura imperativa della legge, piuttosto che alla sua uniformità, anche se quest’ultimo fattore è più diffuso.
La maggior parte delle occorrenze del termine “legge” e del suo linguaggio riguardano però un più comprensivo insieme di eventi cosmici, che viene paragonato al fato. [De Providentia] In tal senso, la stabilità e prevedibilità della stabilità sono da ricondurre a un determinismo razionale di origine divina. Precisamente, la stessa volontà divina è una legge eterna per le divinità: creando leggi per se stesi secondo il modello delle loro decisioni razionali, gli dei forniscono allo stesso tempo a noi umani la basa più attendibile come riferimento per la nostra vita, in quanto non possono deviare da ciò che è già determinato dall’ordinamento migliore possibile. I decreti degli dei contengono in sé anche l’attenzione agli interessi dell’umanità. Ma, gli uomini possiedono anche un’ampia possibilità di scelta, dato che le loro azioni si inseriscono in un “disegno” del destino eterno. Il fato, la legge degli dei, cioè la natura, è per sua essenza affidabile, in quanto per definizione onnicomprensiva. Ciò che per noi è più rilevante è la certezza che la sequenza dello scorrere degli eventi è considerarsi coerente e impersonale. Il fato è immune a qualsiasi influenza irrazionale o emotiva, proprio perché gli dei sono dotati della distaccata apatia (apatheia) che dovrebbe contraddistinguere idealmente le leggi umane. Ne risulta che gli eventi governati da tali leggi sono prevedibili da un agente razionale.
[Ep. 101] È poi utile sapere che qualsiasi accada segue da una legge fissa, quindi che anche le spiacevoli eventualità dell’esistenza (come la morte) ne rispondono. L’incertezza del quotidiano è risolvibile razionalmente vivendo ogni giorno come se fosse l’ultimo, in un “razionale adattamento all’inevitabile”. [Ep. 76] Ma le implicazioni sono più profonde: se l’uomo retto sa che le cose accadono secondo legge divina, ne consegue che per lui l’unica positiva volontà è la rispettosa obbedienza agli dei, accettarne il destino e i suoi dettami con pazienza (pietas). Qualsiasi altro comportamento è fonte di aviditas vitae, un avido aggrapparsi alla vita e a ciò che la adorna. Solo chi riconosce il proprio limite naturale può accettare che solo ciò che è degno e rispettoso degli dei è buono.
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