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Con un verso che, secondo i commentatori, sarebbe riconducibile a Lucilio ( O curas hominum! O quantum est in rebus inane!) e che sarà richiamato da Dante ( O insensata cura dei mortali) , si apre la prima satira di Persio , enunciazione della sua poetica e nello stesso tempo dura requisitoria nei confronti della cultura contemporanea. La scelta del genere satirico si configura proprio come opposizione alla letteratura vuota, senza moralità e fortemente esibizionistica dell’età di Nerone, di cui viene fornita un’ampia e interessante campionatura nel corso del componimento: dagli scrittori impegnati nelle recitationes , ai superficiali criteri in base ai quali viene giudicata un’opera poetica, agli artifici tecnici con cui si tende a nobilitare versi privi di contenuto. All’anonimo individuo assunto, secondo il modello diatribico, come interlocutore, Persio dichiara di volere cantare il vero seguendo l’esempio dei suoi illustri predecessori , ossia Lucilio e Orazio. Egli sarà felice di essere lodato, se avrà scritto qualcosa di valido, ma sa anche di poter essere apprezzato solo da chi possiede una solida e raffinata cultura.

“O curas hominum! o quantum est in rebus inane!'quis leget haec?' min tu istud ais? nemo hercule. 'nemo?'uel duo uel nemo. 'turpe et miserabile.' quare?ne mihi Polydamas et Troiades Labeonempraetulerint? nugae. non, si quid turbida Roma eleuet, accedas examenue inprobum in illacastiges trutina nec te quaesiueris extra.”

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