Video appunto: Persio, Aulo - Accenni alla vita e opere

Persio



Persio è un autore sui generis: particolare, a differenza di Seneca, Lucano e Petronio, egli visse in maniera distaccata da Nerone.
Morì di morte naturale a 28 anni. Originario di Volterra, di ascendenza etrusca, apparteneva ad una famiglia equestre . Da giovane si trasferì a Roma per studiare.
a lui però non interessò la vita di Corte, ma lo studio. Conobbe Anneo Cornuto, con cui inizio lo studio della filosofia stoica, con conseguente tenore di vita rigido, nonostante non fece parte della setta dei sesti. Anneo fu per lui un maestro di vita e lo fece protagonista della quinta satira. Quando morì nel 64, questo si occupò della selezione delle sue pubblicazioni. Ci sono pervenute sei satire e una composizione di 14 coliambi, che fanno da introduzione alle satire.
La satira di Persio venne recuperata dopo il periodo medievale, e fu utile per cercare di capire l'evoluzione del genere satirico a Roma.
Non fu comunque molto amato per il suo stile definito ermetico, che poi venne ripreso da Eugenio Montale.
Il termine ermetico viene da Hermes, il Dio che metteva in comunicazione il cielo con la terra. Per esempio ermeneutica è la scienza che studia l'interpretazione di un testo mentre l' ermetismo è definito come un genere oscuro, che ha bisogno di una .
Persio fu un maggiore rappresentante della satira, un genere tutto latino. La sua iniziazione è Lucilio, anche se si incontra con Ennio. la satira ha una specificità: il contenuto è la realtà, nelle sue forme della quotidianità e anche negative. Lucilio, con modo aggressivo, mette in luce vizi e difetti delle persone, delle abitudini diffuse a Roma. Anche Orazio scrive satire, le Sermiones, che procedono su una strada già battuta da Lucilio, ma senza l'attacco ad personam, o aggressività, ma con misura e modi leggeri.
Persio si rifà ad Orazio, a lui interessa rappresentare il vero ma in senso lato, anche se nei sensi più malati e corrotti, e con stile che riprende Orazio , ma andando oltre.
14 versi Coliambi: sono dei trimetri giambici scarenti, in cui indirizza la sua critica contro la letteratura contemporanea. in quel periodo infatti era diffusa la letteratura a carattere mitologico, mentre secondo lui questa dovesse occuparsi del vero. Il suo obiettivo è infatti quello di rappresentare il VERUM, Quindi assumono valore programmatico perché introducono alla sua poesia.

La prima satira: ripresa la critica fatta nei coliambi, critica la letteratura dei suoi tempi, ma soprattutto mette in evidenza la pratica delle recitationes, una pratica deleteria. Questi erano dei veri e propri eventi, in cui il poeta si procurava un pubblico, un elaque, ovvero un gruppo di persone pagate per applaudire. Queste pratiche, secondo l'autore, fanno perdere di vista il punto fondamentale ovvero il valore dell’ opera letteraria.
La seconda satira : si scaglia contro il fanatismo religioso, ovvero coloro che credono la religione sia di facciata e che bastino solo le formule religiose pronunciate con la bocca. Critica ciò che viene chiesto agli dei virgola che spesso è il raggiungimento di fini e beni materiali, sottolineando in questo un atteggiamento ipocrita della religione.
La terza satira è dedicata al percorso della filosofia stoica per raggiungere la Sapienza , rifacendosi a Seneca. la particolarità è che in questa si rivolge a un giovane, dedito solo ai piaceri della vita, suggerendogli di intraprendere il cammino per la Sapienza.
La quarta satira parla del concetto di nosce te ipsum, conosci te stesso: persegue l'obiettivo di convincere coloro che vogliono raggiungere cariche importanti alla pratica della conoscenza interiore. Bisogna educarsi interiormente per raggiungere l'obiettivo di avere cariche importanti, quindi attraverso un lavoro psicologico su se stessi.
La quinta satira è considerata la più importante dopo i coliambi e la prima satira. In questa troviamo la sua poetica , egli immagina che Anneo Cornuto gli chieda dei consigli su come scrivere, su cosa e con quale stile. Riprende l'idea di Seneca che la vera libertà non sia quella fisica , ma quella di non essere schiavo delle passioni, e vizi; ma anche il concetto di Orazio sull’ affrancamento dalle passioni, ovvero quello del bastarsi a se stessi.
Nella sesta satira rivolge una lettera a Cesio Besso, in cui invita l'amico ad avere quel senso di misura necessario a raggiungere la libertà; vizio diffuso a Roma era infatti l'avarizia, la sete di denaro.