I Ecloga

In questa prima ecloga, in cui compare la tecnica della “botta e risposta”, Virgilio diede voce a due pastori, Titiro e Melibeo. La figura di Titiro, nella quale venne riconosciuto Virgilio, rappresenta il pastore fortunato, che era riuscito a conservare le proprie terre dopo la confisca (dopo che Antonio ed Ottaviano tornarono vittoriosi dalla battaglia di Filippi, confiscavano le terre ai contadini per ricompensare i loro veterani). Virgilio apparteneva ad una famiglia di agiati proprietari terrieri del Mantovano ed anche le loro terre stavano per ricadere nella confisca ma, probabilmente per intercessione di Mecenate, riuscì a salvare le sue terre. Titiro presentava due differenze con Virgilio, ovvero la vecchiaia (Virgilio era giovane quando scrisse l’opera) e l’essere uno schiavo liberato (Virgilio era un uomo libero dalla nascita). Melibeo invece era il pastore sfortunato che doveva abbandonare le terre confiscate. Il modello per Virgilio era Teocrito con la poesia bucolica, anche se si distinse dal modello, essendo il tono più elevato. Teocrito descriveva il mondo bucolico e le terre in cui vivano i pastori, come il classico “locus amenus”, luogo idilliaco in cui rifugiarsi per distaccarsi dalla realtà storica e politica e la loro vita era basata su valori semplici. I paesaggi che appartenevano allo scenario teocriteo erano quelli assolati della Sicilia e vi era una sorta di distacco tra l’autore e ciò che descriveva. Virgilio, invece, presentava una grandissima partecipazione, infatti si riflette in uno dei pastori ed inoltre compariva una velata e soffusa malinconia. Virgilio proietta i suoi sentimenti e stati d’animo malinconici in quanto soffriva per le continue guerre e grandi sconvolgimenti che attraversavano la repubblica romana. Le guerre e la storia rimangono fuori dal mondo bucolico che comunque risentiva tristezza ed una velata e soffusa malinconia, scaturita da questi tragici eventi. Virgilio quindi superò i suoi modelli con l’emulatio, infondendo nelle opere la sua originalità, creatività e modo di essere, differenti da quello di Teocrito (realtà storica diversa). Il luogo dell’Arcadia venne trasformato in quanto utilizzò scenari del mantovano.

Analisi

I primi due versi immettono il lettore in una situazione idilliaca, in quanto Titiro, situato in un luogo ameno, idilliaco, sdraiato sotto l’ombra di un faggio, intona un canto con il flauto. Virgilio utilizzò come figura retorica l’iperbato, in particolare in modo intrecciato, nei primi versi infatti è conferita dai termini “silvestre musa e tenui avena”, caratteristica della poesia bucolica. Avena era una metonimia per indicare il flauto, e con l’attributo “tenui” Virgilio sottolineò che il canto, intonato dal pastore, era lieve poiché la poesia bucolica ed elegiaca erano caratterizzate da canti di livello più basso rispetto a quelli elevati per eccellenza del poema epico. I primi due versi, chiaramente idilliaci, di situazione di incanto, vengono contrastati dal pronome “nos”, plurale maiestatis, per indicare se stesso e la condizione di tanti pastori che, come Melibeo, devono affrontare la stessa situazione. Subito appare evidente una situazione di immediato contrasto ed infatti il “nos” introduce una realtà completamente diversa, priva di idillio, apparentemente lontana, riportata seguendo il destino del pastore. Il canto appariva melodioso grazie al continuo uso di allitterazioni e di assonanze mentre gli artifici retorici trasmettevano l’idea del forte contrasto. Tra gli artifici retorici presenti vi sono l’anafora (nos, nos), il chiasmo (tu Tytire, Tytire tu) e l’iterazione, ribadire lo stesso concetto a distanza di pochi versi (nos patriae finis, nos patriam fugimus) che servivano ad enfatizzare la condizione differente tra i pastori e la sofferenza del pastore obbligato ad abbandonare i campi. In questi versi è presente una climax che serve ad enfatizzare l’angoscia di Melibeo.

Melibeo (etimologicamente: mi occupo dei buoi) è un nome di invenzione virgiliana mentre altri nomi sono ripresi da Teocrito, suo modello. Il Dio molto probabilmente è Ottaviano a cui fa sacrifici con i suoi teneri agnelli. Da notare il forte iperbato tra “tenero” ed “agno” e l’enfasi del pronome dimostrativo riferito al dio (Ottaviano), ripetuto con il poliptoto, con funzione grammaticale diversa (ille, illius, ille in posizione preminente) che esprime anche l’immensa gratitudine di Titiro nei confronti del dio. Questo dimostra come nelle parole di Titiro vuole assumere un' importanza grandissima la figura del “deus”, in quanto proprio grazie a questo può conservare le terre. in ciò si raffigura Virgilio che, grazie a Mecenate riuscì a mantenere le sue terre. “Que vellem” in congiuntivo imperfetto che indica l’eventualità dell’azione.
Lo scompiglio di cui parla Melibeo era dato dal fatto che le terre venivano confiscate ai proprietari terrieri e date ai veterani di guerra. Il fatto storico quindi nelle bucoliche non era completamente escluso ma se ne avvertivano le conseguenze, in quanto non vi era più il locus amenus teocriteo dove si viveva completamente in pace con la natura. Invece, nelle Bucoliche, anche in lontananza la storia fa sentire i suoi effetti provocando grandissima malinconia nelle parole di Melibeo che avverte in prima persona le conseguenze della storia in quanto costretto ad abbandonare la sua terra. L’angoscia generale e lo scompiglio sono accentuati dalla doppia azione di Melibeo, il quale, rammaricato, scontento per l’abbandono della sua terra, conduce avanti la sua capretta a sforzo. L’uso triplo dell’avverbio, il “totis” in enjambament e il forte iperbato con “agris” enfatizzano la situazione angosciante.
Tutta la scena risultava fortemente patetica e non amena, differenziandosi dai modelli teocritei. La situazione patetica è ancora accentuata dall’esclamazione “a” di sofferenza, dalla cesura al centro diverso e dall’anastrofe (silice in nuda anzicche in nuda silice).
Gli antichi in qualche modo interpretavano i fenomeni atmosferici, in particolare le querce erano sacre a Giove ed il fatto che venissero colpite dal fulmine, metonimia, era segno di una grande misfatta. Melibeo diceva che avrebbe dovuto capire che sarebbe accaduto qualcosa di brutto poiché le querce erano state colpite (tactas= participio perfetto) dal fulmine. “Laeva” nel contesto assume il significato di stolta, anche se in realtà significa sinistra poiché per gli antichi la parte sinistra aveva sempre un significato negativo, presagio di disgrazia.
Titiro non rispose alla domanda di Meribeo ma divagò. Virgilio riporta una similitudine tra Roma e i flessibili arbusti. Tutto questo viene enfatizzato dalle allitterazioni continue della “n”, dalla ripetizione per 3 volte di “sic” e tra il forte parallelismo tra Roma ed i cipressi e le altre città con gli altri arbusti. Presente anche l’iperbato tra “alias urbes” e “lenta viburna”. Nell’ “alias inter urbes” compare anche l’anastrofe in quanto dovrebbe essere “inter alias urbes”.
“Respexit tamen” forma un chiasmo con il “tamen respexit” ed enfatizza che la libertà si rivolse verso di lui. Titiro andò a Roma ed acquistò la sua libertà, diventando un liberto, venne affrancato. Questa libertà cercava di conquistarla da lungo tempo. Tutto questo avvenne quando cambiò compagna, già citata nei primi versi dell’ecloga a cui dedicava un canto. Compare una concezione della donna come “domina”, cioè padrona dell’uomo. I nomi delle donne vennero ripresi direttamente da Teocrito. La libertà l’ha conquistata dal momento in cui si liberò di Galatea che spendeva tutti i soldi che guadagnava. Doveva fare sempre acquisti per Galatea senza potersi comprare la libertà. la destra diviene proprio soggetto dell’azione. Da notare la presenza di iperbati incrociati “multa victima” e “meis saeptis”, e l’aggettivo “ingrate”, messo vicino a “pinguis”, per sottolineare l’ingratitudine della città nonostante egli portasse il formaggio.
Melibeo inserisce un’umanizzazione della campagna che prova gli stessi sentimenti di Amarillide. Tutto era fortemente umanizzato ed enfatizzato dal poliptoto “te ipse” e dalla ripetizione in anafora del pronome personale “te.”
Augusto voleva essere considerato come i Lari, cioè come un protettore della famiglia. Per cui vi era la consuetudine di accendere gli altari ogni primo giorno di ogni mese (12 volte ogni anno). Qui quello per la prima volta diede a me che lo chiedevo il responso: “pascolate i buoi come prima ragazzi, soggiogate i tori”.
Da parte di Melibeo oltre la meraviglia compariva l’invidia.

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