Indice

  1. Davo, un’eccezione tra i servi menandrei
  2. Il servo plautino, tra eversione e libertà
  3. Gli Zanni della commedia dell’arte
  4. Il Truffaldino di Goldoni
  5. L’Arlecchino di Leoncavallo

Davo, un’eccezione tra i servi menandrei

In Menandro lo schiavo è di norma sciocco. Fa eccezione Davo, il servo del Genio Tutelare, innamorato di una ragazza di nascita libera, che è obbligata per debiti verso il suo stesso padrone e aspetta un figlio dopo aver subito una violenza. Davo è pronto a mentire per lei, fingendo di essere il padre del nascituro. Mettendo in scena uno schiavo che ama una ragazza libera, Menandro infrange una rigida convenzione, che tuttavia è solo apparente: alla fine la giovane sposerà il padre del suo bambino, giovane libero come lei, ristabilendo così la normalità dei rapporti sociali.

Il servo plautino, tra eversione e libertà

In Plauto lo statuto sociale dello schiavo è diverso: da una parte, i servi plautini mostrano astuzia, capacità di improvvisazione e affabulazione molto più spiccate rispetto agli antecedenti menandrei, dall’altra, godono in genere di una libertà di parola e di azione senz’altro superiore a quanto consentito in realtà dalle severe leggi del tempo. Nel teatro di Plauto, gli schiavi brigano costantemente per favorire gli amori dei loro giovani padroni, per lo più tramando raggiri ai danni degli anziani genitori.

Gli Zanni della commedia dell’arte

Il tipo del servo plautino ispirò profondamente la figura del servo della Commedia dell’Arte. Nel Cinquecento ebbe grande fortuna la maschera dello Zanni, che originariamente portava in scena il tipo del servitore campagnolo e villano, sempre pronto a tramare imbrogli per soddisfare la propria fame. L’affermazione di questa maschera fece sì che alcuni Zanni di successo cominciarono a ritagliarsi un proprio ruolo di personaggi autonomi: si distinsero così figure di servi scaltri e senza scrupoli (come Brighella) o sciocchi e combinaguai (come Arlecchino o Pulcinella). Arlecchino, in particolare, sarebbe diventato emblema del tipo teatrale del servo che briga per riempirsi la pancia o per conquistare la sua amata, ma finisce sempre vittima della sua maldestria.

Il Truffaldino di Goldoni

Sul tipo di servo riconducibile ad Arlecchino lavorerà a fondo, nel XVIII secolo, Carlo Goldoni: in una vera e propria rivoluzione teatrale, Goldoni giungerà progressivamente all’abbandono delle maschere fisse, portando in scena ‘caratteri’ psicologicamente connotati piuttosto che ‘tipi’. L’ultima grande commedia goldoniana in cui compaiono le maschere tradizionali, Il servitore di due padroni (1745), è tutta costruita sulle goffe macchinazioni del servo Truffaldino, che involontariamente crea una lunga serie di equivoci e guai. Alla fine, però, anche Truffaldino potrà felicemente coronare il proprio amore con la servetta Smeraldina.

L’Arlecchino di Leoncavallo

Con il tramontare delle maschere fisse anche il ruolo del servo Arlecchino finì per perdere il successo di pubblico che aveva avuto all’epoca della Commedia dell’Arte.
L’amore di un Arlecchino tuttavia tornerà protagonista in un capolavoro del teatro verista del tardo XIX secolo: nell’opera lirica Pagliacci (1892) di Ruggero Leoncavallo il protagonista Canio lavora insieme a sua moglie Nedda in una piccola compagnia teatrale.
I due rappresentano un dramma in cui Canio impersona Pagliaccio e Nedda sua moglie Colombina che lo tradisce per Arlecchino. Canio scoprirà però che Nedda lo tradisce anche nella vita reale e la ucciderà insieme al suo amante proprio mentre i tre rappresentano il loro dramma sotto gli occhi del pubblico di questo ‘teatro nel teatro’.

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