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Il mimo nella letteratura latina


All’inizio, il mimo era una specie di farsa , con gesticolazioni, smorfie, danza, scambio di ingiurie, buffonerie, a volte anche spinte o lascivie. L’attore principale veniva chiamato “mimus” ed indossava l’abito della vita quotidiana, ovviamente diverso a seconda del personaggio rappresentato. Il buffone portava, invece, un abito fatto di tanti ritagli di stoffe diverse, un po’ come arlecchino. La mima indossava il “ricinium”, cioè una sorta di mantellina corta e leggera. Fra i personaggi spiccava lo “stupidus” che faceva ridere a crepapelle il pubblico per le stupidaggini che diceva e perché era sempre colui che prendeva botte e riceveva beffe.
Delle origini e dell’evoluzione del mimo verso un genere letterario sappiamo pochissimo. Esso si distingueva dalle altre rappresentazioni teatrali per il fatto che l’attore non portava la maschera e che le parti femminili erano recitate da donne. Come la fabula Atelana, anche il mimo era collocato dopo la rappresentazione di una tragedia e per questo diciamo che aveva funzione di “exodium”.
Nel periodo di Cesare, il mimo comincia ad entrare nella letteratura con i due maggiori scrittori del genere: Decimo Laberio e Publilio Sirio. Il primo era un cavaliere ed il secondo uno schiavo asiatico e la loro carriera di mimo è strettamente legata.
Publilio Sirio, originario di Antiochia, era arrivato a Roma da ragazzo; il suo padrone, colpito dalla bellezza e dall’ingegno, lo fece affrancare, dandogli anche un’istruzione. Il suo talento lo portò al teatro e inizio a percorrere tutta l’Italia per rappresentare i suoi mimi, che in parte improvvisava, in funzione di uno schema prestabilito. A Roma ebbe l’occasione di partecipare ad una gara di produzione mimica e fra i suoi avversari ebbe Decimo Laberio, già di diffusa fama e la cui opera era sempre caratterizzata da pungenti allusioni, anche aggressive, nei confronti di Cesare. Decimo Laberio, ormai sessantenne, fu spinto dallo stesso Cesare a cimentarsi nella sfida, forse perché Cesare voleva vendicarsi, visto che l’umiliazione di una sconfitta avrebbe creato disonore ed ignominia nel perdente. Decimo Laberio fu sconfitto, ma non esitò a mettere in bocca ad un attore la frase”Necesse est multos timeat quem multi timent (= chi da molti è temuto deve per forza temere molti ), chiaramente indirizzata a Cesare. La profezia si avverò e Laberio fece in tempo ad assistervi perché mori nel gennaio del 43.C., pochi mesi dopo l’uccisione di Cesare.
Fra i due autori esiste una notevole differenza: a Laberio interessavano le ingiurie e la buffoneria sarcastica, mentre Publilio pur all’interno di certe oscenità e comportamenti licenziosi dei suoi mimi, destinate a soddisfare il pubblico volgare (del loggione, si direbbe oggi), suscitò l’ammirazione di Seneca per la sua umanità e per le sentenze morali, ancora valide oggi.
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