Il giovane innamorato: il lamento d'amore

Il brano è tratto dall'opera “Cistellaria” dell'autore latino Tito Maccio Plauto, nato in Umbria nel III secolo a.C.. Venuto a Roma, diventa attore comico, ma indebitatosi, è costretto a lavorare come schiavo. In questo periodo scrive tre commedie e l'enorme successo di queste gli permette di saldare i debiti. Plauto scrive solo commedie palliatae e solo ventuno opere arrivate a noi sono annoverate tra le commedie autentiche.
L'opera “Cistellaria” narra del giovane Alcesimarco, che vorrebbe sposare Selenio, una trovatella di una cortigiana. Il padre del giovane ostacola le nozze, imponendogli invece di sposare la figlia del vicino di casa Demifone. Ma, grazie al ritrovamento di alcuni ninnoli lasciati nella cesta insieme alla bambina al momento dell'abbandono, Selenio è riconosciuta figlia di Demifone e di sua moglie; la bambina, nata prima del loro matrimonio e per questo abbandonata, è di origine libera e pertanto può sposare Alcesimarco.
Il passo “Il giovane innamorato: il lamento d'amore”, tratto dall'opera “Cistellaria”, si compone del lamento d'amore di Alcesimarco, innamoratosi della giovane Selenio.
Analisi del testo

Il passo, tratto dall'opera “Cistellaria”, si compone di un'unica sequenza, titolata “Lamento d'amore di Alcesimarco”. Il protagonista afferma di essere straziato a causa dell'amore, che si burla del suo cuore ormai sfinito. Inoltre, mentre il sentimento amoroso di Alcesimarco si fa sempre più impetuoso e incontrollabile, il padre del protagonista trattiene il giovane in campagna, separandolo per sei giorni da Selenio, la fanciulla amata.
Nel passo “Il giovane innamorato: il lamento d'amore” è presente il tema, caro al teatro plautino, della conquista della donna amata da parte dell'adulescentulus.
Il brano è ricco di figure retoriche, presentando il testo come una parodia della poesia d'amore di tradizione greca. Il passo comprende numerosi omoteleuti: (vv. 206-209) iactor – crucior – agitor – stimulor – vorsor – exanimor – feror – differor – distrahor – diripior, (vv. 216-217) fugat - agit – appetit – raptat – retinet – lactat, (vv. 219-220) suasit – dissuadet – dissuasit – ostentat. Sono presenti le allitterazioni (vv. 221) Maritumis moribu' mecum e le anafore (vv. 211-212) ibi – ubi.
Anche la sintassi è sapientemente usata in modo da enfatizzare l'angoscia del lamento; infatti, prevalgono le strutture parattatiche e la coordinazione per asindeto, che simulano l'accumulo incontrollato di sensazioni; ma queste sensazioni sono spesso contrastanti, come ben si evince dalle numerosissime antitesi.
Nel passo “Il giovane innamorato: il lamento d'amore”, tratto dal secondo atto, prima scena, Plauto si avvale di un canticum anapestico.
Interpretazione e approfondimenti

L'abuso di figure retoriche e di mirate scelte sintattiche nel passo sembra quasi essere una parodia d'amore di tradizione greca. Dalla lirica arcaica di Alceo, Saffo e Anacreonte, fino alla poesia ellenistica, la tematica erotica aveva avuto un grande successo; inoltre, in queste poesie era molto presente anche la descrizione dei sintomi d'amore e dei loro effetti psicologici. Plauto dà così dimostrazione della sua capacità di desumere spunti da contesti diversi per usarli poi nelle sue commedie con finalità diverse: nel passo “Il giovane innamorato: il lamento d'amore” si avverte l'esagerazione dei toni di questo canticum in anapesti, ridondanti e inappropriati allo spirito delle commedia e al suo prevedibile lieto fine. Inoltre, Plauto carica di eccessivo pathos il lamento di Alcesimarco.
Nell'ultima parte del passo tratto dall'opera di Plauto, è forte il riferimento al metateatro, peculiarità della vis comica plautina che si sviluppa quando i personaggi precipitano e interloquiscono con il pubblico. Infatti, Alcesimarco, affranto dalla lontananza forzata dalla sua amata, chiede agli spettatori se questa sia una storia dolorosa.
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