pexolo di pexolo
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traduzione di Man friday

Man Friday


Era un bel giovane, dall'aspetto gradevole e dalle forme perfette; aveva braccia forti e diritte, non troppo grosse; alto e ben fatto, poteva avere all'incirca ventisei anni. Aveva una bella fisionomia, non un’espressione minacciosa o feroce; aveva qualcosa di molto maschile nel viso, ma con tutta la dolcezza e la delicatezza di un europeo, soprattutto quando sorrideva; i suoi capelli lunghi e neri, non ricci e lanosi; la fronte alta e spaziosa e gli occhi, molto vigili, brillavano come di intelligenza. Il colore della sua pelle non era scuro, ma molto abbronzato; ma non di quel bronzo brutto, giallastro, repulsivo come i brasiliani, o degli indigeni della Virginia o di altre parti dell’America; ma il colore era oliva, scuro e lucente, aveva in sé qualcosa di molto gradevole e allo stesso tempo non facile da descrivere; il viso pieno e rotondo, il naso piccolo, non schiacciato come è tipicamente quello dei negri, la bocca davvero ben fatta, le labbra sottili e i bei denti regolari e bianchi come l’avorio. Dopo che ebbe sonnecchiato, più che dormito, per una mezz'ora, si svegliò e uscì dalla grotta a cercarmi; io nel frattempo stavo mungendo le capre del recinto lì vicino; non appena mi scorse, si avvicinò di corsa, poi si buttò a terra nuovamente mostrando tutti i segni possibili e immaginabili di umiltà e di riconoscenza, gesticolando in maniera bizzarra per esprimere i suoi sentimenti. Alla fine, appoggiò la fronte a terra, proprio vicino al mio piede e pose l’altro mio piede sopra il suo capo, come aveva fatto prima; e, in seguito, fece molti altri atti di sottomissione, così da farmi capire che mi avrebbe sentito per sempre; compresi quasi tutto e cercai di fargli capire che ero molto contento di lui; poco dopo, cominciai a parlargli e gli dissi che lo avrei chiamato Venerdì, perché quello era il giorno in cui gli avevo salvato la vita. Lo chiamai così in ricordo di quel giorno e poi gli insegnai a dire la parola “padrone”, spiegandogli che quello era il mio nome; ugualmente gli insegnai a dire "sì" e "no" e a comprenderne il significato; gli detti un po’ di latte dentro un pentolino di coccio facendogli prima vedere come lo bevevo e ci inzuppavo il pane; poi gli detti una schiacciata, cosicché facesse altrettanto, cosa che egli eseguì con molta prontezza, e mi fece segno che gli sembrava molto buono.
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