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Elettra, donna o riflesso di una donna?


Oggi vorrei affrontare con voi la storia, ed in particolare un testo, di uno degli uomini più saggi ed intellettualmente più illustri dell’antica Grecia: Sofocle.

Sofocle nasce nel 496 avanti Cristo in un sobborgo di Atene.
Egli si afferma come drammaturgo, ed è considerato uno dei maggiori poeti tragici dell'antica Grecia, insieme ad Euripide ed Eschilo.
Tra le sue tragedie più importanti ricordiamo Edipo re, Antigone, Elettra ed Aiace.
Tratteremo oggi in modo più approfondito “Elettra”, tragedia rappresentata tra il 410 e il 420 a.c..
Si tratta di una tragedia davvero particolare, dai cui personaggi prenderanno ispirazione studiosi di altissimo livello, basti pensare al “complesso di Elettra” affrontato da Freud che riprenderemo nel corso della trattazione dell’opera.

La trama dell’Elettra è molto varia, e richiama un periodo di tempo abbastanza lungo, in quanto vengono considerati avvenimenti accaduti nondimeno che sette anni prima dei fatti principali. Vi sono dunque numerosi antefatti, su cui poi si basano i trascorsi principali del testo.

Clitemnestra:
“…spiegami questo: Perché mai l’immolò? Chi ve l’indusse? Forse gli Argivi? Non aveva diritto di uccidere mia figlia: ei la sgozzò per suo fratello Menelao…”

In questa parte del dialogo tra Clitemnestra e Elettra, si ritrova il ricordo della morte di Ifigenia, avvenuta per mano di Agamennone, morte a causa della quale successivamente, si sono verificati tutti i fatti scabrosi di cui la famiglia è artefice.
Inoltre, si richiama più volte la partenza di Oreste, conseguenza sempre della morte del sovrano.
Tornando alla trama, possiamo dire che l’opera parla appunto di Elettra, figlia di Agamennone, re di Micene, e del suo stato di profondo odio per la madre e l’amante della madre, Egisto, fautori dell’uccisione dello stesso re. Si parla del suo essere confortata unicamente dalla speranza che prima o poi il fratello Oreste, salvato da lei stessa , e mandato in salvo lontano dalla patria, ritorni e vendichi la morte avvenuta.
Il giorno tanto atteso giunge: Oreste, tornato di nascosto, fa annunciare dal suo vecchio pedagogo alla regina Clitemnestra, la falsa notizia della sua morte tramite un dialogo davvero particolare, in cui si evidenziano toni quasi sarcastici da parte della regina, resi dall’autore in una maniera così sottile, quasi silenziosa, tanto che l’animo della regina riesce a compenetrare quello del lettore, o spettatore, che dir si voglia.
Per Elettra che ascolta, presente anch’essa all’annuncio, è la fine di ogni speranza, e vorrebbe essere lei a uccidere la madre, con la quale poco prima ha avuto un acceso diverbio, contestando tutte le ragioni che la regina ha addotto per motivare l’assassinio di Agamennone di tanti anni prima (dialogo di cui abbiamo precedentemente citato una parte.

Nel frattempo torna sulla scena Oreste, sotto mentite spoglie. Convinto dopo varie battute, di potersi fidare della sorella, le si rivela, e insieme passano all’azione. Oreste penetra nella reggia e compie il matricidio, approfittando della mancanza in casa di Egisto; poco dopo tocca all’amante stesso morire.
La tragedia si conclude con l’utilizzo della parola “AUDACIA”, a mio parere simbolo dell’intero testo, è l’audacia che ha spinto Elettra in tutte le sue azioni, essa è il motore dell’intero dramma.
Altra parola chiave della tragedia, è “giustizia”, in essa i personaggi trovano pace, e per essa si battono.
Elettra ha come fine ultimo di tutta la sua esistenza il fare o meglio farsi giustizia, non trova vie di mezzo, ci descrive tutte le sue azioni o la morte, considerata dal personaggio quasi in modo divino...

“Che non è già morir la più terribile
delle cose; ma quando a morte aneli,
e neppur morte avere puoi…”

…o la salvezza, data grazie a un atto di vendetta.


La sua figura si contrappone a quella della sorella Crisotemide, la quale riesce ad avere la forza di adattarsi, e trova felicità anche nella condizione in cui si trova.
Prima abbiamo parlato di giustizia, poi di vendetta, riguardo questa concezione dei fatti, la tragedia è leggermente ambigua, in quanto la protagonista viene mostrata inizialmente istintiva, guidata da un atto di vendetta, successivamente poi, considerando una visione più generale degli avvenimenti, e tenendo conto del fatto che l’azione che vorrebbe compiere Elettra, ormai ponderata e compresa del tutto, è appoggiata da una comunità abbastanza grande, si tratta di un atto di onore NON del singolo, ma inserito in un contesto più grande.

Elettra
…dimmi, dei morti non darsi pensiero
sarebbe virtù?
presso che genti tal fede germoglia?

L’atto iniziale di vendetta, si trasforma in un atto generato per voglia di Giustizia, Giustizia che è vista come unica ragione di conforto.

Da ciò di cui abbiamo parlato si può notare come la stessa figura di Elettra sia davvero particolare, essa è il personaggio principale di tutta la tragedia.
Dalla descrizione del suo personaggio, si può capire molto riguardo la condizione delle donne nel contesto storico in cui l’opera è stata scritta e in cui è ambientata.

Crisotemide:
“…Uomo non sei, ma donna…”

La donna viene mostrata come senza effettivo potere, ma con un grande potere intellettuale; non è forte fisicamente Elettra, non riesce a battersi in prima persona con Egisto, ma comunque non cede moralmente, crede nei propri principi, e per quel che può li fa valere, sperando nel ritorno di Oreste.
“Per quel che può”, si parla non di una volontà che può essere in tutto e per tutto soddisfatta, ma di una volontà priva di una iniziale soddisfazione materiale, soddisfazione che arriva poi grazie ad un aiuto, ad un supporto maschile.
Interessante il fatto che il testo sia composto da un uomo, che riesce comunque, pur avendo inevitabilmente una visione della vita diversa, a creare personaggi femminili realistici, e a mettere in evidenza l’ esigenze che una donna in quel tempo, ma per alcuni aspetti anche nel nostro di tempo, può avere.

Inoltre la figura di Elettra è particolare in quanto, anche trovandosi davanti a tutte le difficoltà, che poi affronta, non si perde mai d’animo, crede comunque nelle sue possibilità e nel suo scopo, odia, e odia con tutto il cuore, se è possibile odiare con tutto il cuore, certo, in modo ossessivo morboso, irremovibile.
Qui la sua figura viene contrapposta a quella del fratello Oreste, che invece vive la sua condizione come un “dovere”, diventa quasi il “braccio meccanico” dell’odio covato da Elettra, la quale, tornando al discorso di prima, non può esaudire la sua volontà, che si mostra interamente umana, in quanto donna, e quindi per la società “debole”.
C’è una responsabilità della colpa, la divinità viene quasi eclissata dall’uomo, che, pur sottomesso sempre a essa, e alla sorte, ha una facoltà decisionale, che lo porta poi ad avere dei doveri, nei confronti, questa è la novità vera e propria, principalmente di sé stesso.

Per concludere vorrei fare un excursus storico, parlando, come avevo già anticipato, del “complesso di Elettra”, elaborato da Freud.
Esso tratta di un attaccamento geloso per il padre da parte della figlia femmina, che vede nella madre una rivale, che inconsciamente deve essere eliminata.
Ciò è appunto ciò che succede ad Elettra stessa, che, secondo alcuni critici, si mostra nei confronti della madre così riluttante per una situazione già presente prima dell’uccisione del padre.
Si vede la figura di Elettra, nella sua morbosità, come una donna quasi nevrotica. Alcuni osano ancora di più considerando, nella relazione padre figlia che si presenta, una sfumatura di incesto, ipotesi comunque davvero azzardata a mio parere, considerando il contesto in cui opera Sofocle.

Elettra oltre al riflesso di sé stessa può corrispondere al riflesso di una società e di una donna che appartiene ai nostri giorni?
Propongo un confronto con il lettore, affinché la conclusione sia scritta secondo il suo punto di vista; nel testo è emerso il mio.
Pongo dunque le basi per trattare le argomentazioni del lettore e cercare un dialogo.


A cura di Lucia Adele Savatteri

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