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Eschilo: hybris e responsabilità collettiva


Con l’avvento della pòlis una funzione essenziale nella formazione etico - religiosa dell’opinione pubblica viene svolta dal grande teatro tragico. In esso il ricchissimo repertorio di miti e leggende della tradizione (in precedenza oggetto esclusivo dell’epica) costituisce non solo la trama del dramma, ma anche un quadro narrativo nel quale esplodono conflitti morali che mantengono intatta, ancora oggi, la loro grande forza di suggestione, la loro problematicità.
In Eschilo (525-456 a.C.) il dramma esplode quando il protagonista, trovatosi a decidere liberamente in un senso o nell’altro, compie una scelta nella quale valica i limiti dell’ordine morale, cadendo in un peccato di superbia (hybris) e provocando una reazione divina che punisce inflessibilmente il colpevole e la sua discendenza, fino a quando la divinità stessa interviene a far cessare la punizione. Le responsabilità sono, nello stesso tempo, umane e divine: “quando un uomo affretta (la sua rovina), anche il dio vi si unisce”, afferma lo spettro di Dario nei Persiani (v. 742).
Il modello dominante sembra ancora quello della tradizione etico - religiosa arcaica. Ma sullo sfondo si intravedono questioni e temi più vicini alla sensibilità e agli interessi della società greca del V secolo a.C. La condotta di ciascuno — sembra dire il poeta — non è mai un fatto esclusivamente personale, in quanto coinvolge sempre gli altri. È la coesione stessa della pòlis ad essere messa in gioco. L'ordine morale e religioso della pòlis s’impone come una necessità collettiva e agli uomini compete il dovere di non valicarlo. Il mito arcaico della responsabilità collettiva (sulla quale pesa il vincolo del sangue) viene quindi ora utilizzato come monito al cittadino di rispettare sempre la comunità morale di cui fa parte.
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