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Aitia

Sono quattro Libri di Elegie, letti fino al VII secolo e molto apprezzati.
Vi è la rievocazione dei miti con cui egli cerca le cause (aitia) di usanze, tradizioni, feste o nomi, talvolta raccontati in prima persona dal protagonista, talvolta presentano invece una cornice.

Ne sono state operate almeno due edizioni: La prima conteneva due libri e un prologo, in cui Callimaco incontra le Muse che soddisfano le sue 'curiosità erudite'. Nella seconda edizione i libri diventano quattro e viene aggiunto anche un secondo proemio (questa volta senza Muse, semplicemente una raccolta di aitia, uno di seguito all'altro).

Particolarmente ricordati sono il terzo e il quarto libro, e il secondo proemio.

Libro Tre:

Narra le vicende di Aconzio e Cidippe. Aconzio, colpito dalla bellezza di Cidippe, la desidera in sposa. Ma ella rifiuta il giovane, essendo sacerdotessa del tempio di Artemide. Così, Aconzio, escogita uno stratagemma: presa una mela, vi incide sopra: "giuro per il santuario di Artemide di sposare Aconzio" e la invia alla fanciulla. Cidippe legge ad alta voce la frase, ignara di essere oramai promessa a Aconzio. Il padre della ragazza tenta infatti tre volte di darla in sposa ad altri uomini, ma il matrimonio va sempre a rotoli. Quando, grazie a un oracolo se ne svela la ragione, Aconzio e Cidippe si sposano.

Libro Quattro:

La chioma di Berenice. La regina Berenice taglia una ciocca di capelli dalla sua fluente chioma corvina e la deposita sull'altare di un tempio, come dono agli dei: il marito Tolomeo III è infatti in guerra e ella prega che egli possa tornare presto in patria, vincitore. La ciocca scompare dall'altare e ricompare in cielo come costellazione (viene notata dall'astronomo di corte) e ciò è segno che gli dei hanno ascoltato la richiesta della sovrana.

Proemio:

Probabilmente la parte più famosa e dibattuta dell'opera. Essa contiene la nota polemica contro i Telchini, demoni marini dalla testa di cane che rappresentano i poeti che si scagliano contro Callimaco. Essi accusano il poeta di scrivere "cose brevi" poiché incapace di scrivere lunghi componimenti; al che lui contrappone due modi di fare poesia (contrapponendo il dolce suono dell'usignolo e della cicala al ragliare dell'asino e della gru). Paragona infine la poesia dei Telchini a un carro, che passa per le strade più battute, incapace di far altro, alla sua poesia che, come un cocchio, cammina per sentieri inesplorati.

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