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P. Verlaine: Languore


Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo degli acrostici indolenti
con stile d’oro dove il languore del sole danza.
L’anima tutta sola ha male al cuore di una noia densa
Laggiù - si dice - ci sono lunghe battaglie cruente.
Oh, non potere, così debole, con desideri così lenti,
oh, non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!
Oh, non volervi, non potervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto! Batillo, hai smesso di ridere?
Ah!Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Più niente da dire!
Solo, una poesia un po’ sciocca che si butta al fuoco,
solo, uno schiavo un po’ fatuo che vi trascura,
solo, una noia di non si sa che, che vi addolora!


Si tratta di un sonetto tradizionale, formato da due quartine e da due terzine, pubblicato nel 1883
Il componimento ebbe molto successo perché interpretava il senso diffuso di decadenza, in una società dominata dal Positivismo e caratterizzata dall’ottimismo e dalla fiducia nel progresso. Più tardi lo stesso sentimento si ritroverà nell’Estertiusmo

Commento


vv. 1.4 Il poeta paragona se stesso all’Impero romano nel periodo del disfacimento dopo la sua decadenza, cioè durante le invasioni barbariche (epoca di debolezza morale e di evasione nei piaceri della vita). Stanco di ricercare la bellezza e il piacere, egli si limita a guardare quello che sta succedendo, componendo poesie inutili (acrostici) e che non richiedono impegno (indolenti), in uno stile molto raffinato e malinconico che fa pensare al sole che tramonta (sole che danza). (I Barbari bianchi sono gli invasori germanici di carnagione bianca che hanno invaso l’Impero romano e nella poesia, sono il simbolo della borghesia del tempo - L’acrostico è un componimento poetico in cui le prime lettere di ogni verso, messe insieme, costituiscono una parola o una frase. Si tratta di un puro e semplice esercizio formale di nessuna importanza. Quindi la vera poesia non esiste più perché si fanno solo giochi di parole)
vv. 5-6 L’animo del poeta è afflitto dalla noia di vivere e dall’incapacità di agire, proprio come facevano i Romani, dopo la decadenza, che non facevano nulla per contrastare i Barbari, limitandosi a constatare soltanto che erano in corso contro il nemico delle battaglie sanguinose.
vv. 7-8 Il poeta non si sente in grado di partecipare alle battaglie (in senso figurato) cioè di ridare vitalità (= far fiorire) alla sua esistenza perché si rende conto di non essere capace di portare a termine i propri desideri (= desideri lenti) e di prendere una decisione.
vv. 9 In questa forma di inerzia e di languore diffusi, il poeta prova compiacimento (= Oh non volervi, non potervi un po’ morire) e il suo desiderio oscilla fra la vita e la morte.
vv. 10-11 Il poeta prova ormai rassegnazione perché la poesia ha ormai consumato e sperimentato tutto (=Ah!Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Più niente da dire!), il poeta ha dunque sperimentato tutto, ma anche l’Impero, che ormai non produce più nulla, ha sperperato tutte le sue ricchezze e i Barbari stanno saccheggiando quanto è rimasto e anche Batillo, celebre attore vissuto al tempo dei Romani e quindi simbolo dell’arte, non ride più perché ormai tutto è finito;
vv. 12-14 Il poeta prende coscienza della sua solitudine (la parola solo è ripetuta tre volte e sempre all’inizio del verso); la poesia che egli è in grado di comporre è superficiale e degna solo di essere buttata alle fiamme. Egli si identifica in uno schiavo spiritualmente insignificante; frivolo, inconcludente e alla fine, non gli resta che abbandonarsi alla noia, una noia di tipo esistenziale perché non si sa da che cosa sia derivata (una noia di non si sa che) e che genera sofferenza.(questo tipo di noia ci fa pensare allo spleen di Baudelaire)

I temi dominanti della poesia sono:sono
- decadenza che genera languore
- poesia svuotata di ogni contenuto morale o sociale, diventata puro esercizio formale
- noia di vivere senza conoscerne la causa
- solitudine, inerzia
- presa di coscienza dell’incapacità di ogni reazione
- compiacimento del poeta di trovarsi in questa situazione di languore e di inerzia

Il languore come malattia dell’anima e causa di inerzia intellettuale si ritrova anche nel romanzo Il piacere di D’Annunzio.

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