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Arthur Rimbaud - Voyelles


[h]Testo[/h2]

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu : voyelles,
je dirai quelque jour vos naissances latentes :
A, noir corset velu des mouches éclatantes
qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

golfes d'ombre ; E, candeur des vapeurs et des tentes,
lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d'ombelles ;
I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
dans la colère ou les ivresses pénitentes ;

U, cycles, vibrements divins des mers virides,
paix des pâtis semés d'animaux, paix des rides
que l'alchimie imprime aux grands fronts studieux ;

O, suprême Clairon plein des strideurs étranges,
silences traversés des Mondes et des Anges :
- O l'Oméga, rayon violet de Ses Yeux ! –

Commento


Il contenuto del sonetto che presenta la struttura metrica seguente: ABBA, BAAB, CCD, EED, si ricollega al concetto secondo cui la poesia ha la funzione di evocare le corrispondenze esistenti in natura; si tratta di corrispondenza fra oggetti che apparentemente sono molto distanti e di relazioni fra sensi diversi, come teorizzato da Baudelaire nella lirica “Correspondances”.
Nel sonetto, Rimbaud realizza completamente tale poetica e porta alle estreme conseguenze la sinestesia perché a fini descrittivi, egli presenta immagini appartenenti a campi sensoriali completamente diversi. In termini razionali è impossibile che il lettore possa stabilire una relazione fra la vocale A e il colore nero o fra la vocale E e il colore bianco. D’altra parte non bisogna dimenticare che Rimbaud parla di “dérèglement de tous les sens” (= malfunzionamento di tutte le sensazioni) per cui diventa accettabile che questi rapporti analogici ed intuitivi siano inspiegabili. Nel corso del sonetto, il poeta dà delle esemplificazioni, su cui la critica dà interpretazioni non sempre concordi. La A ricorda la peluria nera che cresce sul corpo delle mosche che ronzano sopra i corpi in decomposizione, emananti un terribile fetore, in rifugi ombrosi; la E ci rimanda a petali di fiori, disposti a firma di ombrello e a darsi di ghiaccio. Essa ricorda anche l’immagine di bianchi re: alcuni critici sostengono che tale sinestesia proviene al poeta dall’alfabeto riportato sul libro di lettura delle scuole elementari in cui alla lettera E erano rappresentati degli emiri vestiti in tal modo. La I rimanda al rosso e quindi a sangue vomitato, a labbra che ridono per la collera e forse al vino rigurgitato da un ubriaco. La lettera U rimanda a a verdi mari che, in senso metaforico, potrebbero essere dei prati erbosi. A sua volta il colore verde evoca immagini di serenità e fra queste la tranquillità presente sul viso (tramite le rughe) di coloro che si occupano della ricerca scientifica. La O evoca l’azzurro del cielo dove un giorno suonerà la Tromba del Giudizio Universale e popolato di angeli e di pianeti. Essa ci fa pensare anche all’Omega che è l’ultima lettera dell’alfabeto e quindi alla fine. L’immagine dell’ultimo verso è costituita da un raggio violetto che emana dagli occhi, forse di una divinità.
Nella composizione poetica si distinguono immagini derivate da tutti i sensi, cioè
Udito: le mosche ronzano, la Tromba del Giudizio, le grida strane nel cielo
Vista: il corpo delle mosche brilla, i re sono bianchi, i vapori e le tende sono bianche, i mari color verde, il raggio che proviene dagli occhi di una divinità è violetto
Tatto: il corpo delle mosche ricoperto di peluria suscita sensazioni tattili, le lance di ghiaccio suscitano impressioni di freddo
Olfatto: il fetore dei corpi in deposizione su cui le mosche ronzano
Gusto: il sangue rigurgita, l’ebbrezza fa pensare al retrogusto del vino
La comunicazione mette in gioco l’intuizione, ma soprattutto la memoria, ormai stratificata in inconscio.
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