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Il Verismo che si diffonde in Italia, deriva dal Naturalismo, ma è fedele alle indicazioni dalla Francia più nella teoria che nell'applicazione concreta. I Veristi furono influenzati dai romanzi del naturalista francese Emile Zolà autore di Teresa Raquin e Germinale. Verismo e Naturalismo condividono una narrativa oggettiva, impersonale e realistica, che non dà un’interpretazione dei fatti né un giudizio da parte del narratore, ma semplicemente li osserva mentre si svolgono. Il Naturalismo si ambienta su ambienti d’alta borghesia e grandi città; il Verismo invece, descrive ambienti regionali e di gente della campagna. I paesi sono descritti con la miseria e l'arretratezza, le ingiustizie sociali sono luoghi che contribuirono a svelare aspetti profondi e sconosciuti della realtà sociale. In questo contesto storico e sociale Giovanni Verga comincia a dedicarsi alle sue opere. Verga fu il massimo esponente del verismo nacque Catania nel 1840. La sua prima formazione si svolse a Catania, dove abbandonando gli studi giuridici per dedicarsi alla letteratura, i protagonisti delle sue prima opere erano giovani borghesi e fascinose fanciulle. Nel 1865 compose i suoi primi romanzi : Una peccatrice e Storia di una Capinera. A Milano frequentò l'ambiente degli Scapigliati, rappresentando in modo fortemente critico la borghesia, qui compose la novella Nedda: racconta la vita di stenti e dolori di una raccoglitrice di olive siciliana. Dopo la scoperta del naturalismo francese matura la sua svolta decisiva verso il verismo che sarà segnato dai racconti e dai romanzi di ambiente siciliano: (Vita dei campi; I Malavoglia; Novelle rusticane; Mastro don Gesualdo,) Lo scrittore si interessa agli umiliati e ai deboli; la sua è una visione della vita è pessimista, che si pone in antitesi con l'ottimismo imperante dei suoi tempi. Rappresenta il dramma delle popolazioni siciliane, rivelando le sofferenze, le delusioni, il mondo privo di provvidenza in cui l’unica salvezza che hanno è la religione della famiglia. Lo scrittore muore a Catania nel 1922. Verga non espose le proprie idee sulla letteratura e sull’arte in opere compiute; preferisce immergersi nel suo lavoro di scrittore. L’impersonalità per Verga è essenziale e per esserlo deve rinunciare ai suoi pensieri e giudizi fino in fondo cercando di studiare la sintassi del dialetto siciliano citando spesso proverbi che appartengono alla cultura locale. L’autore utilizza il discorso indiretto libero nel descrivere fatti e luoghi. Verga ebbe una visione pessimista e negativa della vita. Pensava che tutti gli uomini fossero sottoposti a un destino crudele che li condannava ad una condizione di immobilismo nell’ambiente in cui sono venuti a trovarsi nascendo. Chi cerca di uscire dalla condizione in cui il destino lo ha posto, non trova la felicità sognata, ma va incontro a sofferenze maggiori, come succede a’Ntoni Malavoglia e a Mastro Don Gesualdo.

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