La corrente verista

Intorno al XIX secolo nasce un interesse nel descrivere la realtà quotidiana rimanendo però oggettivi e distaccati. Questa corrente è chiamata Realismo: Positivismo in filosofia, Naturalismo nella letteratura francese e Verismo in quella italiana.
Il Verismo, come dice la parola, tende ad illustrare la vita di tutti i giorni rimanendo però oggettivi. I veristi usano un linguaggio spesso dialettale per poter meglio inquadrare i personaggi.
I maggiori autori veristi sono: nella poesia Giosuè Carducci e nella prosa Giovanni Verga.
Carducci nasce a Valdicastello (Toscana) nel 1835. Nel 1849 si trasferisce a Firenze a studiare dai Padri Scolopi e nel 1853 alla scuola Normale di Pisa laureandosi in lettere a soli 20 anni.
Viene colpito da vari lutti e l’unico evento positivo è il matrimonio con la cugina che le darà 4 figli. Nel 1860 ottiene la cattedra all’università di Bologna.

Nel 1890 viene nominato senatore del regno d’Italia e nel 1904 Carducci è costretto a lasciare la cattedra all’università per motivi di salute. Nel 1906 riceve il premio Nobel per la letteratura e muore nel 1907 a Bologna.
Le opere di Carducci sono:
Giambi ed Epodi, raccolta di poesie scritte per denunciare il fatto che si sono persi i valori risorgimentali.
Rime Nuove
Odi Barbare in cui il poeta prova a riprodurre la forma ritmica e metrica greca e latina.
E infine Rime e Ritmi.


Giovanni Verga nasce in Catania nel 1840 da una famiglia della piccola borghesia agraria. Si iscrive a legge ma abbandona gli studi per coltivare la sua passione e pubblica il suo primo romanzo nel 1862 (22 anni), I carbonari della montagna.
Nel 1865 si trasferisce a Firenze dove scrive “Una Peccatrice” e “Storia di una capinera”.
Si sposta a Milano, entra in contatto con molti autori dell’epoca ed aderisce al Verismo.
Nel 1874 pubblica le sue prime opere veriste: Nedda, Vita dei campi, Novelle rusticane e i suoi capolavori: I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo. Tutti questi romanzi appartengono al ciclo dei vinti, in cui i protagonisti lavorano una vita accumulando sempre più “roba” per poi morire (essere vinti).
Nel 1893 ritorna a Catania, nel 1920 viene nominato senatore del regno e nel 1922 muore.

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