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Sul fondo


Le regole del Lager sono solo apparentemente assurde; al contrario, sono studiate appositamente, con ferocia, per privare i prigionieri della dignità umana. L'organizzazione del lavoro fa sì che i deportati siano sfruttati in modo «scientifico»: se non resistono alla fatica e alla fame, vengono lasciati morire.

Il brano si articola in tre parti in cui dominano le funzioni narrativa e descrittiva. In esse, con un linguaggio pacato, chiaro e rigoroso, proprio di chi vuole comunicare un'esperienza, una serie di fatti più che un giudizio, vengono ritratti gli ospiti del campo e il loro rapido apprendistato alla impietosa vita del Lager, il regolamento che scandisce la vita del campo e i riti insensati che ogni giorno tutti devono compiere, la condizione fisica e psicologica del protagonista.
Alle sequenze narrativo-descrittive, si intercalano, tuttavia, brevi pause riflessive, che mettono a fuoco il problema di fondo di tutto il romanzo, enunciato già nel titolo: questi esseri così violentati, annientati nel corpo e nello spirito, privati di tutto, possono ancora definirsi uomini? Il narratore sottolinea proprio in questi momenti riflessivi (che trovano il loro apice nella desolata affermazione Eccomi dunque sul fondo) l'annullamento della dignità dei prigionieri, della loro identità, dei loro ricordi, di ogni forma di pensiero, di libertà di opinione e di espressione (ripondere «Jawohl», non fare mai domande, fingere sempre di aver capito), perpetrato con ogni genere di vessazione fisica, psichica e morale. Egli testimonia come la responsabilità dei Lager sia, in realtà, quella di aver ridotto degli uomini ad esistenze umiliate, prive di volontà autonoma, indifese, costrette, per tentare di salvarsi, a vivere alla giornata, ad annullare il senso del tempo, liberando i propri istinti, spesso quelli peggiori (se si va alla latrina o a/ lavatoio, bisogna portarsi dietro tutto, sempre e dovunque, e mentre ci si lavano gli occhi, tenere il fagotto degli abiti stretto fra le ginocchia: in qualunque altro modo, esso in quell'attimo verrebbe rubato)
Il narratore, interno ed onnisciente, non solo riporta ciò che vede e ciò che prova, ma penetra e si immedesima nel pensiero dei compagni, di cui conosce bene, poiché le condivide, le sofferenze e le continue umiliazioni. Per rendere immediata la lettura e la comprensione, egli si serve di frasi brevi, in cui prevale la coordinazione, e di un lessico che ha la funzione di ritrarre la realtà del lager; di qui la presenza di termini tecnici (Buna), frammisti a vocaboli in lingua tedesca (Kommandos, Meister, Ausruken e Einruken...). Colpisce l'uso frequente del tempo presente, alternato con quello del passato prossimo e dell'imperfetto, ad indicare la partecipazione emotiva con cui i fatti non solo vengono narrati, ma intensamente e drammaticamente rivissuti da chi li racconta.
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