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Accendere un fuoco



Sullo sfondo sterminato delle foreste del Klondike (regione del Canada), nel silenzio di una natura indifferente, come intorpidita dal gelo sempre più intenso, un uomo e un cane avanzano faticosamente verso una lontana meta. Ovunque neve profonda e immacolata: un paesaggio magico, affascinante e minaccioso allo stesso tempo; un regno dalle leggi spietate che soltanto gli animali, per istinto, sanno rispettare.


L'esordio inquietante del racconto, gli accenni alla tristezza e al gelo del paesaggio introducono una vicenda che si configura come una storia di solitudine e di morte.
L'uomo, protagonista degli eventi, non ha neppure un nome: di lui non si sa quasi nulla se non che deve raggiungere un campo dove lo aspettano i suoi compagni. Tuttavia, del personaggio colpiscono, inizialmente, la descrizione fattane dal narratore, tutta incentrata sulla presunzione e sulla sconsiderata fiducia in sé, e, di seguito, la progressiva presa di coscienza della sua fragilità, che lo conduce ad una morte certamente dignitosa. A quella dell'uomo si oppone significativamente la figura del cane. Guidato dal suo istinto, ben più intuitivo del suo compagno, il cane, che avverte il pericolo con molto maggiore acume del padrone, è destinato a salvarsi proprio grazie a queste sue qualità. Nel confronto fra razionalità e istinto è dunque quest'ultimo a prevalere, soprattutto in condizioni estreme come quelle di un gelo intenso contro il quale le risorse umane hanno davvero poche speranze di imporsi.
La vicenda si sviluppa attraverso una serie di gesti ripetuti, scanditi dai ragionamenti via via più angosciosi dell'uomo, che pone in atto ogni sua facoltà per sfuggire alla morte; convinto di sapere cosa fare, raccoglie rami secchi, accende un fuoco, riflette sui metodi per evitare il congelamento, mettendo in pratica ogni possibile risorsa finalizzata alla sopravvivenza. Eppure basta un errore, che dà il via al definitivo colpo di scena del racconto, per vanificare tutto, segnando per sempre il destino del protagonista. Alla riflessione dell'uomo, che va mutandosi in panico per poi concludersi in una dignitosa accettazione della morte, fa da contrappunto il ricordo, l'unico, del vecchio di Sulphur Creek, che interpreta la voce della coscienza, il richiamo alla consapevolezza della fragilità umana di fronte al potere oscuro degli eventi naturali.
Il paesaggio, a ben vedere vero protagonista della storia, è delineato con angosciosa precisione anche nei nomi delle località, evocativi di vicende di sapore epico intorno ai cercatori d'oro e agli esploratori che animano le leggende dei pionieri americani. L'uomo del racconto rappresenta l'altra faccia della medaglia: non il pioniere eroico o il cercatore d'oro destinato ad arricchirsi con la scoperta di chissà quali filoni del prezioso metallo, ma una povera creatura, priva anche di un nome, che paga duramente l'avventata fiducia nelle sue capacità. Sul piano narrativo, la storia presenta i caratteri dell'avventura, benché sia assente l'eroe straordinario e il finale sia fortemente drammatico. Il linguaggio è infatti teso e angoscioso, i colpi di scena impongono improvvise svolte alla vicenda, i luoghi sono selvaggi, deserti, inquietanti. Ma l'avventura lascia nel lettore una sensazione di amarezza, inducendolo a riflettere sul problematico rapporto fra la natura e l'uomo, troppo spesso convinto a torto di poter dominare, solo grazie alla ragione, situazioni ed eventi.
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