Illustrazione di una donna seduta da sola a un tavolo in biblioteca, mentre guarda fuori dalla finestra
Immagine realizzata con AI

Ti è mai capitato di preferire una serata da solo a un'uscita con gli amici, anche senza avere un motivo particolare? Oppure di sentirti più a tuo agio nella tua stanza che in mezzo a decine di persone, pur sapendo che qualcuno potrebbe interpretare questa scelta come un segno di tristezza?

Siamo abituati ad associare la felicità alla compagnia degli altri: avere tanti amici, uscire spesso, conoscere nuove persone, condividere continuamente quello che facciamo. E quando qualcuno sceglie di trascorrere del tempo da solo, sembra quasi un alieno.

Arthur Schopenhauer aveva una visione molto diversa. Il filosofo tedesco, vissuto tra il 1788 e il 1860, considerava la solitudine una possibile condizione di libertà, perché permette all'individuo di confrontarsi con se stesso senza dover continuamente adattare il proprio comportamento alle aspettative altrui.

Le sue riflessioni, però, andavano ben oltre il piacere di stare da soli. Schopenhauer riteneva che la sofferenza fosse una componente fondamentale dell'esistenza umana e che gran parte della nostra inquietudine nascesse dall'incapacità di smettere di desiderare qualcosa.

Una prospettiva radicale, per certi versi inquietante, che ha contribuito a renderlo uno dei maggiori rappresentanti del pessimismo filosofico.

Ma perché Schopenhauer attribuiva tanta importanza alla solitudine? E cosa possiamo ricavare oggi dalle sue riflessioni sul dolore, sulle relazioni e sulla felicità? Per comprenderlo, partiamo da cinque passaggi autentici delle sue opere, spesso molto più interessanti degli aforismi che circolano sui social.

Indice

  1. Una serata da soli come scelta di autonomia
  2. Scegliere la solitudine o sentirsi soli
  3. Nella tua stanza pesa meno il giudizio degli altri
  4. Il dilemma dei porcospini: perché abbiamo bisogno degli altri anche se ci feriscono
  5. Il pendolo tra dolore e noia: siamo quello che desideriamo?

Una serata da soli come scelta di autonomia

Per Schopenhauer la solitudine era una possibile condizione di libertà. Il motivo? Permette di confrontarsi con se stessi senza dover adattare di continuo il proprio comportamento alle aspettative degli altri.

Un'idea che il filosofo legava in modo esplicito all'età giovane. Negli "Aforismi sulla saggezza della vita", contenuti in "Parerga e paralipomena" e pubblicati nel 1851, scriveva: "Uno studio importante per i giovani dovrebbe essere imparare a sopportare la solitudine, perché è una fonte di felicità e tranquillità interiore".

Per farla breve: stare da soli, per lui, è una capacità da sviluppare fin dalla giovinezza, quasi come una materia da studiare. La serata passata a casa diventa così tempo che ti appartiene, e che puoi usare come vuoi.

Imparare ad apprezzare quei momenti, secondo questa prospettiva, permette di coltivare interessi personali e di sviluppare il proprio pensiero. E c'è un terzo effetto, forse il più interessante: scegliere le relazioni con maggiore autonomia.

In pratica, chi sta bene anche da solo può decidere con chi passare il tempo. La compagnia degli altri resta una scelta, invece di diventare un bisogno da soddisfare a ogni costo.

Scegliere la solitudine o sentirsi soli

Attenzione, però, a leggere tutto questo come un elogio dell'isolamento, che di per sé resta tutt'altro che positivo in automatico. Esiste una distinzione netta tra scegliere di stare soli e stare male per la sensazione di essere soli.

Nel primo caso la serata in camera è una decisione presa da te, magari per goderti un film, un libro o semplicemente un po' di silenzio. Nel secondo è una condizione che fa male, e che con la libertà di cui parla Schopenhauer ha poco a che vedere.

Questa distinzione permette di ricavare dalle sue riflessioni uno spunto sull'autonomia, senza trasformarlo in un consiglio a prendere le distanze dagli altri. La posizione del filosofo resta però radicale: per lui la vita in società comporta sempre costrizioni e sacrifici.

Per il filosofo, anzi, il rischio sta dalla parte opposta. Chi non riesce a tollerare la solitudine può diventare eccessivamente dipendente dalla compagnia altrui.

Qualche esempio concreto? Rinunciare a qualcosa che ti interessa perché nessun amico vuole accompagnarti. Oppure accettare un invito soltanto per paura di sentirti escluso.

In entrambi i casi, a decidere come passi la giornata sono la presenza e l'approvazione degli altri. Saper stare da soli, in questa chiave, è ciò che ti permette di uscire quando ne hai davvero voglia.

Nella tua stanza pesa meno il giudizio degli altri

Quante volte cambi atteggiamento a seconda di chi hai davanti? Con gli amici sei più spontaneo, a scuola più riservato, sul lavoro stai attento a ogni parola. E sui social, spesso, scegli con cura soltanto gli aspetti della tua vita che vuoi mostrare.

Secondo Schopenhauer, vivere in società richiede per forza qualche adattamento. Bisogna tenere conto delle esigenze altrui, rispettare determinate convenzioni e mettere in conto qualche compromesso.

Quando si è soli, invece, questi condizionamenti si riducono. Puoi dedicarti ai tuoi interessi, seguire i tuoi ritmi e prendere decisioni senza preoccuparti di continuo di cosa penseranno gli altri.

È per questo che il filosofo associa la solitudine alla libertà, in un passaggio degli "Aforismi sulla saggezza della vita" che suona quasi come uno slogan: "Chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà".

Una posizione volutamente radicale, che va presa con le pinze. Tutte le relazioni limitano la nostra autenticità? Tutt'altro: un rapporto sano può permetterci di esprimere parti della personalità che facciamo fatica a mostrare altrove.

Il dilemma dei porcospini: perché abbiamo bisogno degli altri anche se ci feriscono

La quarta riflessione nasce da una delle metafore più famose di Schopenhauer: il dilemma dei porcospini, contenuto nel secondo volume di Parerga e paralipomena.

Il filosofo immagina alcuni porcospini che, durante una gelida giornata d'inverno, si avvicinano tra loro per riscaldarsi. Quando però si stringono troppo, finiscono per pungersi reciprocamente con gli aculei.

A quel punto si allontanano, ma il freddo li costringe ad avvicinarsi nuovamente. Dopo vari tentativi, trovano una distanza che consente loro di stare abbastanza vicini da ricevere calore senza ferirsi. La conclusione del racconto è racchiusa in una breve espressione: "Mantenete le distanze!".

La metafora rappresenta un problema tipico delle relazioni umane: desideriamo vicinanza, affetto e compagnia, ma i rapporti con gli altri possono generare incomprensioni, conflitti e sofferenza.

Per Schopenhauer, trovare una distanza adeguata è essenziale per rendere possibile la convivenza.Naturalmente, questa non deve diventare una giustificazione per tenere tutti lontani o evitare i legami affettivi.

La metafora offre però uno spunto interessante sul valore dei confini personali. Anche nelle amicizie e nelle relazioni sentimentali, infatti, stare bene insieme può richiedere la capacità di rispettare gli spazi e le esigenze reciproche.

Non sempre essere più vicini significa stare meglio. A volte occorre trovare il giusto equilibrio tra intimità e autonomia.

Il pendolo tra dolore e noia: siamo quello che desideriamo?

Le riflessioni di Schopenhauer vanno ben oltre il piacere di una serata da soli. Secondo il filosofo, la sofferenza era parte essenziale dell'esistenza umana; inoltre, gran parte della nostra inquietudine derivava dal non riuscire a smettere di desiderare qualcosa.

L'immagine più celebre di questa idea si trova ne "Il mondo come volontà e rappresentazione", libro IV, paragrafo 57: "La vita oscilla, come un pendolo, tra il dolore e la noia".

Per il pensatore tedesco, l'essere umano è spinto di continuo da desideri e bisogni. Vogliamo raggiungere un obiettivo, comprare qualcosa, ottenere un riconoscimento, iniziare una relazione o cambiare una situazione che non ci piace.

Finché non otteniamo ciò che desideriamo, possiamo provare insoddisfazione e frustrazione. Quando finalmente ci arriviamo, però, la soddisfazione spesso dura meno del previsto: presto compare un nuovo desiderio e il ciclo ricomincia.

Il pendolo si muove proprio così: da una parte la sofferenza per la mancanza di qualcosa, dall'altra la noia che può arrivare quando quel bisogno viene soddisfatto. Due estremi tra cui, secondo Schopenhauer, oscilla tutta la nostra vita.

Un esempio quotidiano? Desiderare per mesi uno smartphone nuovo e, una volta comprato, abituarsi in fretta alla sua presenza. Magari iniziando già a sognare un altro oggetto.

Per il filosofo, il problema sta nel riuscire con fatica a raggiungere una soddisfazione duratura, se la nostra felicità è legata ogni volta a ciò che non abbiamo ancora. Resta una teoria filosofica sulla condizione umana, da maneggiare come spunto più che come legge psicologica valida per tutti.

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