dante alighieri

Non c'è redenzione senza sofferenza. O, quantomeno, non si può sperare di cambiare il proprio destino senza prima fare i conti con il dolore.

Dopo 700 anni, la frase Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate riesce ancora a mettere i brividi: Dante Alighieri le legge sulla porta dell'Inferno, all'inizio del viaggio raccontato nella Divina Commedia.

Il verso è tra i più famosi della letteratura mondiale. Lo si incontra sui libri di scuola, lo si sente citare nei film e c'è chi lo tira fuori, scherzando, prima di un'interrogazione particolarmente tosta.

Dietro l'avvertimento c'è un'idea precisa: a inquietare è la certezza che la sofferenza non finirà mai, più ancora della sofferenza in sé. E c'è la reazione di Dante, che davanti a quella scritta ha paura e trova in Virgilio l'aiuto per andare avanti.

Indice

  1. Cosa significa il verso di Dante e dove si trova
  2. Una condanna senza seconde occasioni
  3. La porta che parla a chi entra
  4. Dante ha paura, ma la sua speranza resta
  5. Virgilio, la guida che prende Dante per mano

Cosa significa il verso di Dante e dove si trova

Tradotta in italiano contemporaneo, la frase significa "Abbandonate ogni speranza, voi che entrate". Il senso letterale arriva chiaro fin dal primo ascolto.

Il verso si trova nel terzo canto dell'Inferno, al verso 9. È la chiusa dell'iscrizione che Dante legge sulla porta del regno dei dannati: le ultime parole del messaggio scritto sulla soglia.

Attenzione però al destinatario. Altro che motto per chi sta passando un periodo difficile: nel contesto originale l'avvertimento è rivolto alle anime condannate all'Inferno.

Una volta varcata la soglia, quelle anime non possono più sperare di ottenere la salvezza né di veder finire la propria pena. È questa la speranza che la porta chiede di lasciare fuori.

Una condanna senza seconde occasioni

Per Dante l'Inferno è il luogo della dannazione eterna. Lì il tempo non porta nuove possibilità: per i dannati non esistono una seconda occasione né un pentimento successivo capace di modificare la loro condizione.

Per capire il peso di tutto questo bisogna guardare al ruolo della speranza nel mondo di Dante. Nel pensiero cristiano medievale, su cui poggia la Divina Commedia, la speranza è una virtù teologale, legata alla fiducia nella salvezza e nella possibilità di raggiungere Dio.

Nell'Inferno questa prospettiva è negata una volta per tutte. I dannati soffrono per le pene che subiscono, ma soffrono anche perché sanno che la loro condizione resterà sempre la stessa.

La perdita della speranza è così uno degli aspetti più terribili della condanna, perché cancella qualsiasi futuro diverso. La disperazione infernale diventa una condizione eterna, lontanissima da un'emozione di passaggio.

È proprio questa dimensione definitiva a dare forza alla frase, come sottolinea anche l'Enciclopedia Dantesca di Treccani. Ed è qui che il verso colpisce: di solito, anche nei momenti peggiori, l'idea che le cose possano cambiare aiuta a immaginare un futuro diverso.

Un chiarimento, però, serve. Dante descrive una condizione ultraterrena e definitiva, e la disperazione teologica dell'Inferno è un'altra cosa rispetto a quella che si può provare nella vita reale: il poeta non suggerisce che chi attraversa un periodo di sofferenza sia destinato a restarci per sempre.

Se la si legge nel contesto, la frase mostra invece il contrasto fra il destino immutabile di chi è dannato e la vita dei vivi, ancora capace di cambiare. Una distinzione che vale anche per Dante stesso.

La porta che parla a chi entra

L'avvertimento sta proprio all'ingresso dell'Inferno, e la posizione conta. Ancora prima di vedere le anime dannate, le creature infernali e le pene dei diversi cerchi, Dante incontra una soglia che gli rivela subito quale luogo sta per esplorare.

L'iscrizione è solenne e presenta l'Inferno come la città del dolore eterno e delle anime perdute. Il verso 9 arriva in fondo, come sigillo dell'intero messaggio.

C'è poi un dettaglio che fa la differenza: a pronunciare l'avvertimento è la porta stessa, che si rivolge direttamente a chi sta per entrare, senza bisogno di un personaggio. È come se a parlare fosse il limite tra il mondo dei vivi e quello dei dannati, con una voce propria.

Secondo l'analisi di Treccani, questa scelta richiama l'abitudine medievale di mettere iscrizioni sopra le porte di città, chiese e altri luoghi. L'ingresso si trasforma così in uno spazio simbolico.

Nel poema, però, il messaggio si fa ancora più radicale. Passare oltre quel limite vuol dire accedere a una realtà retta dall'eternità della pena: per le anime condannate, la porta divide per sempre ciò che può ancora accadere da ciò che non accadrà mai più.

Dante ha paura, ma la sua speranza resta

Un dettaglio del racconto passa spesso in secondo piano: lo stesso Dante è profondamente turbato dalle parole che legge. Niente posa da eroe invincibile: si rivolge a Virgilio, la guida che lo accompagna, perché il significato dell'iscrizione gli appare terribile.

È una reazione molto umana, in cui è facile riconoscersi. Capita anche a noi davanti a ciò che non conosciamo: un esame importante, un cambiamento improvviso, un trasferimento lontano da casa, una decisione che può cambiare il futuro.

Spesso a spaventare è soprattutto l'impossibilità di prevedere cosa succederà dopo, più della difficoltà concreta da affrontare. Il salto nel buio, per farla breve.

Per Dante, però, c'è una differenza fondamentale. Il poeta è ancora vivo e attraversa l'Inferno dentro un viaggio destinato a proseguire: la mancanza assoluta di speranza riguarda i dannati, non lui.

Il viaggio, infatti, va oltre. Dopo il regno dei dannati Dante sale sulla montagna del Purgatorio e arriva infine al Paradiso, e la celebre iscrizione resta uno degli ostacoli incontrati lungo il cammino, lontana dal messaggio conclusivo dell'opera.

Spoiler, quindi: Dante entra in un luogo senza speranza, ma non perde necessariamente la propria. Proprio perché è vivo, può ancora imparare, comprendere e proseguire.

Virgilio, la guida che prende Dante per mano

Uno dei momenti più significativi del terzo canto arriva subito dopo l'iscrizione. Dante è intimorito, ma Virgilio resta al suo fianco e lo esorta a superare l'esitazione, a trovare il coraggio per proseguire.

Poi compie un gesto semplice e carico di significato: gli prende la mano. È l'immagine di quanto conti avere una guida nei momenti di maggiore incertezza.

Dante affronta l'oscurità dell'Inferno con accanto qualcuno che conosce il percorso, capisce i suoi timori e lo aiuta a interpretare ciò che lo spaventa. La paura non sparisce di colpo, ma il poeta trova comunque la forza di andare avanti.

Virgilio non cancella i pericoli del viaggio e non promette che sarà facile. Offre a Dante gli strumenti e il sostegno necessari per attraversarlo.

Il parallelo con la vita di tutti i giorni viene spontaneo: un insegnante che ti aiuta con una materia che sembra impossibile, un amico che ti accompagna in un momento complicato. Chiedere aiuto, a volte, è proprio ciò che permette di fare un passo che da soli non si riuscirebbe a fare.

Il coraggio, insomma, può anche essere un'impresa a due: parola di Dante e Virgilio.

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