Machiavelli con due maschere in mano
Foto modificata con l'AI

Basta dire "il fine giustifica i mezzi" perché a qualcuno venga in mente Machiavelli. È una delle associazioni più solide della cultura italiana, ripetuta a scuola, nei talk show, nei discorsi politici. Peccato che nel Principe quella frase non ci sia. Machiavelli scrisse qualcosa di diverso: più crudo, per certi versi, e molto più preciso. E la storia di come quella massima gli sia finita addosso è quasi un piccolo romanzo.

Indice

  1. Cosa c'è davvero nel Principe
  2. Un osservatore spietato, più che un maestro di cinismo
  3. Da dove viene, allora, la frase

Cosa c'è davvero nel Principe

Machiavelli scrive Il Principe nel 1513, in un momento nerissimo della sua vita. Con il ritorno dei Medici a Firenze ha perso il suo incarico pubblico, è stato arrestato e torturato con l'accusa di aver partecipato a una congiura, e si è ritirato in campagna, a Sant'Andrea in Percussina. Il libro, dedicato a Lorenzo de' Medici, uscirà solo nel 1532, cinque anni dopo la sua morte.

Il passo da cui nasce l'equivoco è nel capitolo XVIII, dedicato a un tema scomodo: se un principe debba mantenere sempre la parola data. Machiavelli risponde che deve saper essere insieme volpe e leone, astuto e forte. Poi scrive due frasi che spiegano tutto. Nelle azioni degli uomini, e soprattutto dei principi, "si guarda al fine". E ancora: un principe pensi a vincere e a mantenere lo Stato, perché "e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli".

Un osservatore spietato, più che un maestro di cinismo

A leggerlo per intero, il passo dice una cosa più sottile del proverbio. Machiavelli sta descrivendo come funziona la politica, e come la giudica la gente. Il popolo, spiega, si lascia convincere dalle apparenze e dal risultato finale: se il principe vince e tiene in piedi lo Stato, nessuno andrà a guardare troppo da vicino i metodi usati. È un'osservazione sul consenso, prima ancora che un consiglio morale.

E il "fine" ha un significato preciso. Machiavelli parla della sopravvivenza dello Stato, in un'Italia divisa e invasa dagli eserciti stranieri. Gli obiettivi personali, gli affari, le ambizioni di chiunque non c'entrano.

Certo, non è un autore rassicurante. Nel capitolo XV scrive che un principe deve imparare a poter essere "non buono", e a usare questa capacità quando serve. Ma lo fa con lo sguardo di chi vuole raccontare la politica com'è, quella che lui chiama la "verità effettuale della cosa", lasciando da parte quella immaginata dai trattati morali. È questo realismo, più del cinismo, ad aver reso il libro immortale.

Da dove viene, allora, la frase

L'idea è molto più antica di Machiavelli. Già Ovidio, nelle Eroidi, scriveva exitus acta probat: è il risultato a dare valore alle azioni.

La formula più vicina a quella moderna arriva invece nel Seicento, da un teologo gesuita tedesco, Hermann Busenbaum. In un manuale di teologia morale scrisse che quando il fine è lecito, anche i mezzi lo sono. La frase venne presto semplificata dai polemisti contro i gesuiti, che la trasformarono nella versione brutale che conosciamo. Nel frattempo il nome di Machiavelli era già diventato sinonimo di astuzia senza scrupoli, tanto da generare l'aggettivo "machiavellico". Attribuirgli il motto fu quasi automatico.

C'è un dettaglio che si perde in tutti questi passaggi: la condizione. Busenbaum parlava di un fine "lecito", e Machiavelli di uno Stato da tenere in piedi. Nella versione da bar resta solo il risultato, e scompare la domanda più importante, quella da farsi ogni volta che qualcuno usa la frase per giustificare qualcosa: quel fine è davvero buono, o fa comodo soltanto a chi lo invoca?

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