Affresco immaginario: un celtibero sorride mostrando denti bianchissimi e tiene una coppetta di urina.
Immagine realizzata con AI

Tra le curiosità sui romani antichi che girano di più sul web c'è quella dei denti sbiancati con l'urina, con la più pregiata che sarebbe arrivata addirittura dalla Spagna. Le fonti antiche raccontano una storia diversa: a strofinarsi denti e gengive con l'urina erano soprattutto i Celtiberi, popoli della penisola iberica.

I Romani quell'abitudine la trovavano ripugnante, da barbari. Il poeta latino Catullo ci ha scritto sopra un intero carme per prendere in giro Egnazio, un celtibero che viveva a Roma e sorrideva un po' troppo.

Indice

  1. Chi usava l'urina per i denti secondo le fonti antiche
  2. Catullo contro Egnazio e il suo sorriso troppo bianco
  3. Diodoro e Strabone raccontano la stessa storia
  4. Cosa sappiamo davvero sui Celtiberi
  5. L'ammoniaca e il trucco delle lavanderie romane
  6. Come si lavavano i denti i romani antichi

Chi usava l'urina per i denti secondo le fonti antiche

I Celtiberi erano un insieme di popoli celtici stanziati nella parte centrale e orientale della penisola iberica, cioè nell'attuale Spagna. All'epoca di Catullo vivevano in gran parte sotto il dominio di Roma, ma per i Romani d'Italia restavano stranieri e un po' barbari.

Diversi autori greci e romani parlano dell'urina usata per pulire i denti. In queste testimonianze la presentano come un'usanza straniera e disgustosa, attribuita ai Celtiberi o ad altri popoli iberici, non come un'abitudine romana.

Allora da dove arriva l'idea dei Romani che si lavavano la bocca con la pipì? Con ogni probabilità proprio da queste testimonianze, lette in fretta e trasformate, nel passaparola, in un’abitudine dei Romani stessi. 

Stesso discorso per il dettaglio più famoso, quello dell'urina spagnola importata a Roma perché considerata la migliore. Nelle fonti antiche non se ne trova traccia. È molto probabile che tutto sia partito dalla battuta di Catullo, poi rimbalzata e cresciuta per duemila anni fino a trasformarsi in un "fatto" da condividere.

Catullo contro Egnazio e il suo sorriso troppo bianco

Tutto parte da Egnazio, originario della Celtiberia e trapiantato a Roma nel I secolo avanti Cristo. Aveva denti bianchissimi e li mostrava sempre: in tribunale, mentre l'avvocato commuoveva i giudici fino alle lacrime, e perfino ai funerali, davanti a una madre che piangeva il suo unico figlio.

Catullo, vissuto più o meno tra l'84 e il 54 avanti Cristo, lo considerava anche un rivale in amore. Gli dedica il carme 39, che si apre così: "Egnatius, quod candidos habet dentes, renidet usque quaque", cioè Egnazio, siccome ha i denti bianchi, sorride sempre e dovunque.

Il poeta finge di dargli un consiglio da amico, perché "nam risu inepto res ineptior nulla est": niente è più stupido di una risata stupida. Poi affonda il colpo. In terra celtibera, scrive, ognuno al mattino si strofina denti e gengive con la propria urina.

La chiusa è una stoccata feroce: più il dente è lucido, "hoc te amplius bibisse praedicet loti", tanto più dimostra quanta urina hai bevuto. Il lotium era proprio l'urina usata per candeggiare i vestiti.

Egnazio compare anche nel carme 37, dove Catullo lo descrive come un celtibero che si fa bello con la barba folta e con il "dens Hibera defricatus urina", il dente strofinato con urina iberica.

Diodoro e Strabone raccontano la stessa storia

Catullo non è l'unico a parlarne, e qui la faccenda si fa interessante. Lo storico greco Diodoro Siculo, suo contemporaneo, descrive i Celtiberi come un popolo nel complesso pulito e attento al modo di vivere. Con un'eccezione che lui stesso giudica strana e sudicia.

Secondo Diodoro, i Celtiberi usavano l'urina per lavarsi il corpo e i denti, convinti che quella pratica servisse alla cura e alla salute. È un dettaglio nuovo rispetto a Catullo, che parla solo della bocca: qui nell'urina ci si fa proprio il bagno.

Qualche decennio dopo arriva il geografo greco Strabone, vissuto tra il 64 avanti Cristo e il 24 dopo Cristo circa. Secondo lui alcuni popoli iberici conservavano l'urina vecchia in cisterne, per lavarci sé stessi e le mogli e per sciacquarsi i denti. Un'usanza che attribuisce ai Cantabri e ai loro vicini.

Molto tempo dopo, lo scrittore latino Apuleio, accusato di magia e finito sotto processo, dovette rispondere anche a una beffa: tra gli elementi usati contro di lui figurava una poesia che elogiava una polvere per i denti. La sua replica fu che pulirsi la bocca non è un crimine. E che di certo era meglio di quello che facevano gli Iberi descritti da Catullo.

Cosa sappiamo davvero sui Celtiberi

Messe insieme, queste testimonianze dimostrano una cosa sola con certezza: molti Greci e Romani credevano che i Celtiberi o altri popoli iberici usassero l'urina per i denti. Quanto fosse diffusa l'abitudine, e se fosse reale, è un'altra storia.

Il primo problema è che dai Celtiberi non sono arrivati scritti che confermino la pratica. Tutto quello che sappiamo passa da autori stranieri, e Greci e Romani amavano descrivere gli altri popoli attraverso abitudini disgustose.

Catullo, poi, era un poeta che scriveva satira, quindi il suo obiettivo era far ridere i lettori romani. Non c'è nemmeno alcuna prova che sia mai stato in Celtiberia: le sue informazioni erano, al massimo, di seconda mano.

C'è anche un'ipotesi più maliziosa. I Romani sapevano bene che l'urina vecchia sbianca, perché la usavano per i panni. Qualche autore potrebbe aver preso questa pratica e averla "spostata" sul corpo dei Celtiberi, per dipingerli come sporchi e barbari.

La versione antica, però, trova sostegno in un elemento linguistico: per alcuni linguisti, in varie lingue celtiche i termini che indicano "urina" hanno la stessa origine di quelli per "lavare".

L'ammoniaca e il trucco delle lavanderie romane

Per quanto disgustosa, l'idea aveva una base chimica. Lasciata riposare, l'urina cambia: i batteri scompongono l'urea che contiene e producono ammoniaca, una sostanza alcalina (l'opposto di un acido) che scioglie grassi e sporco. Ancora oggi è un ingrediente di molti detersivi per la casa.

I Romani ne sfruttavano benissimo gli effetti, pur senza conoscere la chimica. L'urina invecchiata era una delle sostanze utilizzate nelle fullonicae, le lavanderie. Lì l'urina veniva diluita in grandi vasche e un lavoratore pestava i panni con i piedi, un po' come fa oggi la lavatrice.

L'urina era una merce preziosa, tanto da finire sotto il fisco. Nel I secolo dopo Cristo l'imperatore Nerone introdusse il vectigal urinae, una tassa sull'urina a carico di chi la acquistava dai bagni pubblici. Vespasiano, imperatore dal 69 dopo Cristo, la ripropose intorno al 70.

Il figlio Tito trovava la tassa ripugnante e glielo disse. Secondo gli storici Svetonio e Cassio Dione, Vespasiano gli mostrò del denaro e gli fece notare che non puzzava: è il senso del detto "Pecunia non olet", il denaro non puzza.

Come si lavavano i denti i romani antichi

I Romani si curavano la bocca in modi decisamente meno estremi. Per pulirsi i denti utilizzavano polveri abrasive ottenute da corno di cervo bruciato, gusci d'uovo, conchiglie ridotte in pezzi o pietra pomice, da passare sui denti usando le dita o un panno.

Esistevano anche ricette d'autore. Il medico Scribonio Largo, vissuto nel I secolo dopo Cristo, ha tramandato i dentifrici usati da due donne della famiglia imperiale: Ottavia, sorella di Augusto, e Messalina, moglie dell'imperatore Claudio.

Poi c'erano gli stuzzicadenti. Il poeta Marziale consigliava quelli in legno di lentisco, una pianta mediterranea, mentre i più ricchi se li facevano d'argento.

Chi perdeva i denti poteva ricorrere alle protesi. Nel V secolo avanti Cristo, le Leggi delle XII Tavole proibivano già di mettere oro nelle tombe, consentendo però un'eccezione: i denti potevano essere uniti con fili d'oro.

L'archeologia aggiunge una sorpresa. Le analisi sugli scheletri delle vittime di Pompei hanno rivelato denti in ottime condizioni, merito di una dieta povera di zuccheri e di un'acqua ricca di fluoro. E il sorriso più bianco della città, a Roma, era materiale da sfottò in versi.

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