Illustrazione di un ragazzo che osserva il cielo stellato da un belvedere, con una bussola sul muretto
Immagine realizzata con AI

Nel 1788 Immanuel Kant scrisse che il cielo stellato ci fa sentire minuscoli, mentre la legge morale dentro di noi ci restituisce un valore immenso. Quella riflessione del filosofo di Königsberg è diventata una delle frasi più citate della filosofia.

Oggi la si legge anche su una lapide accanto alla sua tomba, nell'attuale Kaliningrad, in Russia, in tedesco e in russo. La parte che si ricorda meno è quella che spiega perché le due cose stanno insieme: davanti all'universo siamo piccoli, per ciò che possiamo scegliere di essere siamo grandi.

Indice

  1. La frase completa e il suo significato
  2. La legge morale dentro di noi rende liberi
  3. Le tre Critiche e il posto della frase
  4. Kant e il cielo, molto prima di Hubble
  5. Le frasi di Kant sul rispetto per le persone

La frase completa e il suo significato

Il passo si trova nella conclusione della Critica della ragion pratica. In una traduzione italiana suona così: "Due cose riempiono l'animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me".

Kant precisa che quel sentimento cresce quanto più spesso e più a lungo ci si riflette sopra. Aggiunge anche che le due cose sono a portata di mano: le vede davanti a sé e le collega subito alla coscienza della propria esistenza.

Poi le mette a confronto, e qui sta il cuore del discorso. "Il primo spettacolo di una quantità innumerevole di mondi annulla affatto la mia importanza di creatura animale che deve restituire al pianeta (un semplice punto nell'Universo) la materia della quale si formò", scrive Kant.

Tradotto: una vita breve, su un puntino perso nello spazio. La legge morale fa l'effetto opposto: "Il secondo, invece, eleva infinitamente il mio valore, come [valore] di una intelligenza, mediante la mia personalità".

Ecco il senso della frase: siamo piccoli e grandi nello stesso momento. Minuscoli rispetto all'universo, enormi come persone capaci di scegliere, con un valore che nessuna galassia può schiacciare.

Il confronto richiama un altro filosofo. Pascal, nei suoi Pensieri, pubblicati dopo la sua morte nel 1670, aveva parlato di grandezza e miseria dell’uomo .

La legge morale dentro di noi rende liberi

Il cielo è la metà più poetica della frase, ma Kant teneva di più alla seconda. Per lui, la legge morale è quella voce che ti dice cosa fare correttamente quando devi scegliere, anche se farlo non conviene.

Nella vita di ogni giorno capita di dover riconsegnare il portafoglio trovato per strada o di dire la verità se mentire sarebbe molto più facile. Conta l'intenzione con cui agisci più dell'effetto che ottieni, ed è per questo che si parla di etica dell'intenzione.

Kant distingue le massime, cioè le regole soggettive che ognuno si dà come codice di comportamento, dagli imperativi, che possono essere ipotetici o categorici. Gli imperativi categorici sono leggi del dovere, oggettivamente necessarie: in sintesi, "devi quel che devi".

Una formula si trova nella Fondazione della metafisica dei costumi: "Agisci in modo da trattare l'umanità, in te e negli altri, sempre anche come un fine e mai semplicemente come un mezzo". In pratica, ogni persona va rispettata per quello che è, anche quando potrebbe servirti per ottenere qualcosa.

Da qui nasce la libertà. Per Kant sei libero quando agisci secondo una legge morale autonoma e universale, che la ragione dà a se stessa: la sfera morale è la dimensione in cui l'uomo è davvero libero.

La coscienza funziona come una bussola oggettiva. E allora perché esistono persone buone e persone cattive? Perché non tutti scelgono di seguirla.

Le tre Critiche e il posto della frase

La frase chiude la Critica della ragion pratica, datata 1788 (alcune sintesi scolastiche indicano il 1787). È la seconda delle tre Critiche, le opere con cui Kant risponde a tre domande precise.

La Critica della ragion pura, del 1781, affronta i problemi della scienza e della metafisica e risponde a "Che cosa posso sapere?". Lì Kant mostra anche i limiti della ragione, che prova a superarli attraverso le idee di anima, mondo e Dio.

La Critica della ragion pratica risponde invece a "Che cosa devo fare?" e cerca di fondare la morale nella sua universalità. La Critica del giudizio, del 1790, studia il sentimento del bello e del sublime e il principio di finalità, e fa da ponte tra la conoscenza della natura e la libertà morale. 

Il filo che lega le tre opere è il criticismo: Kant analizza condizioni e limiti della conoscenza, dell'agire e dell'esperienza del bello. Lo fa partendo dalle facoltà comuni a tutti gli uomini, cioè sensibilità, intelletto, ragione e volontà.

Per questo la sua filosofia viene letta come uno spartiacque. Rappresenta una delle espressioni più mature dell'Illuminismo e insieme apre la strada all'Idealismo e al Romanticismo.

Kant e il cielo, molto prima di Hubble

Quasi tutta la vita di Kant si svolse a Königsberg, città della Prussia orientale e suo luogo di nascita nel 1724; da lì si allontanò solo poche volte. Era noto per quanto fosse regolare nelle abitudini: una leggenda molto amata narrava che i vicini regolassero l'orologio osservandolo passare per la passeggiata quotidiana.

Con la testa, però, viaggiava lontanissimo. Da giovane si interessò soprattutto di scienza, in particolare della fisica di Isaac Newton.

Nel 1755, oltre trent'anni prima che comparisse la frase sul cielo stellato, diede alle stampe un'opera dedicata all'astronomia. Ipotizzava che il Sistema solare si fosse formato da una nube di materia in rotazione.

E andò oltre. Certe deboli macchie di luce osservate nel cielo, suggerì, potevano essere altri immensi sistemi di stelle, simili alla nostra Via Lattea: un'intuizione sulle galassie che gli astronomi confermarono solo negli anni Venti del Novecento, con le osservazioni di Edwin Hubble.

Quell'occhio da astronomo si ritrova anche nel passo del 1788. Lo sguardo parte "dal posto che io occupo nel mondo sensibile esterno" e si allarga "con mondi e mondi, e sistemi di sistemi".

Le frasi di Kant sul rispetto per le persone

Oltre al cielo stellato e alla formula del fine e del mezzo, molte frasi attribuite a Kant ruotano attorno a un'idea: ogni persona ha un valore in sé, a prescindere dall'utilità che se ne può trarre. Eccone alcune, con l'opera a cui vengono collegate:

  • "L'uomo non può mai essere trattato come una cosa", dalla Metafisica dei costumi;
  • "Il rispetto è un sentimento che nasce solo dalla ragione", dalla Critica della ragion pratica;
  • "Il rispetto è il sentimento morale per eccellenza", dall'Antropologia dal punto di vista pragmatico;
  • "Il diritto è il complesso delle condizioni che permettono a ciascuno di godere della propria libertà, compatibilmente con quella degli altri", di nuovo dalla Metafisica dei costumi.

Il rispetto, per Kant, è lucido e ragionato più che spontaneo. Riconoscere nell'altro una coscienza e una libertà è il punto di partenza di qualsiasi società giusta.

Bada bene, però, alle citazioni che girano online: alcune sono sintesi del suo pensiero più che frasi testuali. È il caso di "Ogni uomo ha una dignità intrinseca che nessuno può violare", che deriva dall'imperativo categorico ma va presentata come riassunto.

Se vuoi leggere Kant direttamente, parti dalla Fondazione della metafisica dei costumi: è breve, densa e contiene il cuore della sua etica. In un tema o in un'interrogazione, accanto a ogni frase indica sempre l'opera da cui viene.

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