Mani tra smartphone spento e libri sui filosofi, simbolo di doomscrolling e burnout

Dal doomscrolling al burnout, sei frasi di alcuni dei più grandi filosofi aiutano a capire perché la vita iperconnessa sembra sempre più difficile da abitare. Blaise Pascal, Byung-Chul Han, Hannah Arendt, Guy Debord, Zygmunt Bauman e Martin Heidegger hanno scritto in epoche diverse, spesso lontanissime dalla nostra: nessuno di loro conosceva smartphone, social network o algoritmi, quindi non stavano certo immaginando che un giorno saremmo stati sommersi di notifiche o esposti alla rivoluzione dell'intelligenza artificiale generativa.

Eppure i loro pensieri, letti oggi, funzionano come chiavi di lettura sorprendentemente calzanti per raccontare tante dinamiche del mondo di oggi.

Indice

  1. Pascal collega l'infelicità alla fuga dal silenzio
  2. Han trasforma la produttività in auto-sfruttamento
  3. Arendt avverte che vero e falso possono confondersi (ed è pericoloso)
  4. Debord e la vita trasformata in vetrina
  5. Bauman descrive legami e carriere sempre più liquidi
  6. Heidegger mostra che la tecnica rimodella chi la usa

Pascal collega l'infelicità alla fuga dal silenzio

"Tutta l'infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una stanza, da soli" è una frase attribuita a Blaise Pascal nei "Pensieri", pubblicati nel 1670.

Il filosofo collega il bisogno di riempire ogni secondo al rifiuto di restare da soli con i propri pensieri. Pascal scriveva nel Seicento, quando di smartphone e feed infiniti non c'era ovviamente traccia: ma quella fuga dal silenzio, letta oggi, assomiglia moltissimo a certi comportamenti digitali. Controllare le notifiche in modo compulsivo, scorrere il feed senza sosta e praticare il doomscrolling diventano un modo per evitare il silenzio e il confronto con la propria interiorità.

Han trasforma la produttività in auto-sfruttamento

"La società del XXI secolo non è più una società disciplinare, bensì una società della prestazione" è una formulazione attribuita a Byung-Chul Han ne "La società della stanchezza", pubblicato nel 2010.

Han descrive gli individui contemporanei come "imprenditori di se stessi", spinti a trasformare la libertà in un obbligo di produttività costante: fitness, crescita personale e visibilità online diventano obiettivi da perseguire senza sosta, senza che ci sia più un padrone esterno a imporlo.

Questo auto-sfruttamento, secondo l'analisi di Han, genera depressione, burnout e un senso continuo di inadeguatezza.

Arendt avverte che vero e falso possono confondersi (ed è pericoloso)

"Il suddito ideale del potere totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l'individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più" è una frase attribuita a Hannah Arendt ne "Le origini del totalitarismo", pubblicato nel 1951.

Arendt scriveva pensando ai totalitarismi del Novecento, non certo a Internet: ma la frase viene collegata oggi a disinformazione, echo chamber e relativismo radicale sui social network. La perdita del confine tra vero e falso non significa aderire ciecamente a un'unica narrazione, ma smettere di credere che esistano fatti oggettivi verificabili.

Questa sfiducia, secondo questa lettura, potrebbe lasciare campo libero al cinismo di massa e alla manipolazione algoritmica dei contenuti.

Debord e la vita trasformata in vetrina

"Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione" è la frase attribuita a Guy Debord ne "La società dello spettacolo", pubblicato nel 1967.

Debord parlava della società dei consumi e dello spettacolo mediatico della sua epoca, gli anni Sessanta, quando Instagram e TikTok erano fantascienza. Ma quella frase si presta a descrivere la logica delle piattaforme visive di oggi: l'esperienza reale sembra acquistare valore solo quando viene registrata, confezionata e condivisa per ottenere convalida sociale, da Instagram a TikTok.

Se mostrare la propria vita finisce per valere più del viverla, l'autenticità si trasforma in merce da consumare e i rapporti tra le persone diventano scambi di vetrine.

Bauman descrive legami e carriere sempre più liquidi

"Nel nostro mondo, la precarietà è l'unica costante e l'incertezza l'unica certezza" è una frase attribuita a Zygmunt Bauman in "Modernità liquida", pubblicato nel 2000.

Bauman descrive il passaggio da una modernità "solida", fatta di contratti a tempo indeterminato, matrimoni stabili e appartenenze politiche durature, a una modernità liquida, in cui tutto è strutturalmente mutevole.

Bauman, nel 2000, non conosceva ancora le app di incontri come le usiamo oggi: ma la sua idea di liquidità si applica perfettamente anche a quel mondo. Carriere, identità e relazioni affettive mediate dalle app di incontri vengono lette, alla luce del suo pensiero, come frammentate e orientate all'obsolescenza rapida: ciò che non serve più, o richiede troppo impegno, viene scartato per la novità successiva, dal ghosting in poi.

Heidegger mostra che la tecnica rimodella chi la usa

"L'essenza della tecnica non è affatto qualcosa di tecnico" è la frase attribuita a Martin Heidegger ne "La questione della tecnica", pubblicato nel 1954.

Heidegger scriveva negli anni Cinquanta e non poteva certo immaginare social media o intelligenza artificiale generativa: parlava della tecnica in generale. Ma il suo monito si può applicare bene anche a questi strumenti, mettendo in guardia dal considerarli semplici strumenti neutrali a disposizione dell'uomo: sono espressione di una logica tecnica che orienta il modo stesso di pensare e percepire il mondo.

Questa postura ontologica, che Heidegger chiama Gestell, trasforma natura e mente umana in risorse quantificabili, accumulabili e sfruttabili, fino a ridurre l'essere umano a una risorsa misurabile.

Immagine di copertina generata con l'intelligenza artificiale.

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