Caracol, la città Maya sepolta nella foresta del Belize, contava oltre 30.000 strutture e, secondo alcune stime, fino a 150.000 abitanti. Altro che villaggio sperduto nella giungla.
Il sito si trova sul Vaca Plateau, a sud di San Ignacio, nella foresta del Chiquibul. Per secoli era rimasto praticamente fuori dalla storia, finché nel 1937 un taglialegna notò degli strani rigonfiamenti nel terreno coperto di vegetazione.
Gran parte di quello che sappiamo oggi si deve a Diane e Arlen Chase, archeologi dell'Università di Houston, che scavano a Caracol dagli anni Ottanta. Le città nascoste nella foresta fanno pensare a piccoli centri isolati, ma le rovine Maya raccontano una storia molto diversa.
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Una metropoli collegata da sette strade
Il nome arriva un anno dopo la scoperta. Nel 1938 A.H. Anderson, commissario archeologico di quello che allora si chiamava Honduras Britannico (oggi Belize), raggiunse le rovine dopo giorni a dorso di mulo e le battezzò "Caracol", cioè "lumaca" in spagnolo.
Il riferimento è doppio: da una parte i tanti frammenti di conchiglie sparsi nel sito, dall'altra il sentiero tortuoso e quasi impraticabile per arrivarci. Dalle iscrizioni si conosce anche il suo nome originale, Oxwitza’, cioè ‘l’acqua delle tre colline’.
Ma com'era fatta la città? L'area occupata da Caracol era più grande dell'attuale Belize City, che oggi è il centro urbano più esteso del Paese. A collegarne i vari settori c'erano sette antiche strade rialzate, le causeway.
Secondo le stime dei Chase, la città con la sua rete stradale occupava 77 miglia quadrate, circa 200 chilometri quadrati. Templi, campi per il gioco della palla, acropoli e piazze erano uniti da ampi viali lastricati in calcare.
Secondo le ricostruzioni degli archeologi Diane e Arlen Chase, le case erano raggruppate in quartieri compatti da 250-300 persone. Quasi tutti gli abitanti vivevano a non più di 20 minuti a piedi da un mercato: una città "camminabile", con quartieri residenziali vicini a zone commerciali che i Chase paragonano a piccoli centri commerciali.
Allora perché ci sono ancora tante domande aperte? La mappatura tradizionale aveva coperto circa il 10% dell'area complessiva di Caracol, prima delle rilevazioni lidar. Gran parte della metropoli resta sotto la foresta.
Per quasi 25 anni Arlen Chase ha mappato il sito a piedi, attraversando la giungla con l'attrezzatura in spalla. La svolta è arrivata nel 2009, quando il team è stato il primo in Mesoamerica a usare a pieno il lidar, uno strumento che sfrutta migliaia di raggi laser per "vedere" sotto la copertura degli alberi.
Quante persone vivevano a Caracol
Le stime sulla popolazione variano. Nel periodo di massima espansione Caracol avrebbe ospitato circa 150.000 persone, mentre i Chase parlano di un picco di oltre 100.000 abitanti.
Per avere un'idea, Belize City oggi conta circa 66.000 abitanti. Anche prendendo la stima più prudente, l'antica Caracol era più popolosa della principale città del Belize contemporaneo.
Lo stesso vale per gli edifici. Le strutture stimate sono oltre 30.000, e i Chase ne calcolano circa 36.000. Numeri che rendono la densità abitativa di Caracol maggiore di quella di Tikal, in Guatemala, una delle città Maya più celebri.
La storia del sito è lunga. L'abitato iniziò a svilupparsi intorno al 600 a.C. e restò attivo fino al 900 d.C., o addirittura fino al 1150 secondo alcune fonti.
Il periodo d'oro coincide con una fase precisa. Tra il 557 e il 692 i monumenti di Tikal risultano trascurati, segno di un calo di popolazione e prestigio, mentre a Caracol esplodono nuove costruzioni e infrastrutture in tutta la città.
Per Diane Chase il legame tra guerra e crescita è diretto: "Quando uno Stato vince una guerra, cresce in popolazione e prosperità. Quando la perde, declina". Ed è proprio questo intreccio di dati a suggerire che fu Caracol a prevalere su Tikal, e non il contrario.
Serbatoi, piramidi e geroglifici nella foresta
Il primo problema da risolvere era l'acqua. Caracol non aveva accesso affidabile a un fiume, quindi gli abitanti si rifornivano tramite serbatoi artificiali.
I Chase ne contano circa 1.600, accanto a campi coltivati su terrazze. Uno di questi serbatoi viene usato ancora oggi da archeologi e personale che lavorano sul sito.
Il simbolo della città è El Caana, il "palazzo del cielo": con i suoi 140 piedi, circa 43 metri, è la costruzione più alta del Belize, antica o moderna. Fu abbandonato intorno al 900, alla fine dell'epoca classica Maya.
Il complesso segue uno schema a tre templi: quello principale sul fondo della terrazza più alta e due più piccoli ai lati, uno di fronte all'altro, attorno a una piazza rialzata. Il tutto fu costruito senza l'uso della ruota, di metalli o di animali da soma.
Dentro, gli spazi erano pensati con cura. Le stanze con panche in pietra a forma di C ospitavano probabilmente riunioni, mentre quelle con sedute a L servivano per dormire, e le pareti erano decorate con stucco bianco e pittura rossa.
Alcuni templi a piramide facevano anche da osservatori astronomici: da lì le élite seguivano i movimenti di Venere e di altri corpi celesti. A Caracol sono state individuate inoltre più di 100 tombe.
Le iscrizioni geroglifiche permettono di ricostruire parte della successione dei sovrani fino all'859 d.C., ma la cronologia dinastica presenta ancora lacune.
Uno dei reperti chiave è un grande disco di calcare trovato in un campo per il gioco della palla, inciso con anelli concentrici di geroglifici. Racconta la guerra del sovrano K'an II contro la città-stato di Naranjo nel 631 d.C., e la sconfitta del regno di Tikal all'epoca di suo padre, Yajaw Te' K'inich II.
I luoghi comuni sui Maya smentiti dagli scavi
Per secoli l'immagine dei Maya è passata dagli scritti di fra Diego de Landa, missionario spagnolo del Cinquecento nello Yucatán. Per sua stessa ammissione bruciò gran parte dei codici geroglifici, e descrisse i Maya come contadini poveri dominati da un'aristocrazia chiusa nelle città monumentali.
"Gli spagnoli hanno appiccicato sui Maya quel modello a due classi", ha spiegato Arlen Chase, ricordando che era la struttura della Spagna del 1500, con nobili nei castelli e tutti gli altri sparsi nelle campagne.
Il secondo mito riguarda il carattere dei Maya. Nel libro del 1954 "The Rise and Fall of Maya Civilization", l'archeologo britannico J. Eric S. Thompson li dipingeva come osservatori del cielo pacifici, e gli antropologi pensavano che le città fossero gusci quasi vuoti, frequentati per cerimonie o per servire le élite.
Le iscrizioni di Caracol raccontano altro: conflitti ricorrenti con la vicina Tikal e con Naranjo. Gli studiosi chiamano questi scontri "star wars", perché i Maya li segnalavano con un glifo raffigurante una stella.
All'inizio l'idea che un sito considerato minore avesse battuto Tikal sembrava assurda. "Nessuno ci credeva", ha raccontato Diane Chase. "Qualcuno pensava che i glifi li avessimo scolpiti noi". Oggi, per Arlen, "Caracol dominò Tikal e Naranjo per circa 140 anni".
Anche l'economia va riletta. Già dal 1979, a Santa Rita Corozal, i Chase avevano trovato strumenti di ossidiana, una pietra vulcanica che arrivava da regioni lontane, nelle case di persone comuni: un indizio di accesso ai mercati, oltre il controllo diretto delle élite. A Caracol hanno ritrovato lo stesso schema.
A Santa Rita il sito sembrava quasi vuoto. "Non trovammo templi visibili, nessuna architettura. I nostri colleghi pensavano fossimo pazzi", ha ricordato Diane Chase.
"Prima dello studio lidar non avevamo idea di quanto fossero grandi le città Maya", ha spiegato Arlen Chase: le immagini hanno mostrato terrazze, gruppi residenziali e sistemi stradali. Per Brett Houk, archeologo della Texas Tech University, quel lavoro ha portato a un cambio di paradigma negli studi sui Maya.