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Geografia umana e culturale


Argomenti:
• Rapporto uomo – ambiente
• Paesaggio
• Bene culturale (espressione culturale – segno di potere)
• Reti regionali o globali
• Evoluzione geografica umana e culturale
• Strumenti geografici
• Modelli fondamentali
• Settori (primario, secondario, ecc.)
• Sviluppo sostenibile

PAESAGGIO CULTURALE
Il paesaggio geografico, all’inizio del XIX secolo, era inteso sotto il duplice significato di percezioni soggettive e di realtà oggettive.
La legislazione italiana definisce il paesaggio come “una porzione determinata di fattori naturali e/o umani e dalle loro interazioni.
Quest’idea di paesaggio si perse sotto l’influenza del positivismo: il paesaggio geografico veniva così considerato come un’entità puramente oggettiva, e in senso rigorosamente scientifico.

La riflessione geografica negli ultimi decenni è tornata a riconoscere il carattere del paesaggio definito inizialmente. Ciò non toglie che il paesaggio è anche una fonte importante di conoscenze scientifiche. Per il geografo esso è come una pergamena che conserva ancora le tracce del passato (modelli d’insediamento/ modelli d’utilizzo del suolo, ecc.) sono indizi riguardanti i valori delle popolazioni, la loro identità e le loro culture.

REGIONI
Le regioni sono innanzitutto come costruzione mentale, una forma di classificazione di luoghi che si basa su fatti esistenti. Esistono varie categorie di regioni:
• Regione formale, cioè cui area definita in base ad una o più caratteristiche fisiche o culturali omogenee.
Di esse fanno parte le
 Regioni storiche, che presentano al loro interno una certa omogeneità socio – culturale dovuta al fatto che in passato sono state al lungo unite politicamente;
• Regione funzionale, caratterizzate dal fatto che al loro interno i luoghi sono connessi da relazioni più intense di quelle che hanno con l’estremo.
Sono tali le
 Regioni funzionali urbane, una grande città con i centri minori che le gravitano intorno per lavoro e servizi.
 Distretti economici, caratterizzati dalle forti relazioni che legano le imprese al loro interno.
 Regioni istituzionali (o politiche, cioè gli stati, le unioni di stati e le unità politico – amministrative
 Regioni percepite, derivanti dal senso d’identità o di attaccamento di un gruppo di persone ad un determinato territorio.

TERRITORIO
Nella geografia comune un territorio è rappresentato dalle relazioni spaziali degli esseri umani, intesi come soggetti singoli o collettivi. Tali soggetti possono intrattenere relazioni tra di loro o con l’ambiente esterno.

Il concetto di territorio contiene due sfumature:
• Rapporto difensivo nei confronti degli altri, nell’esclusione di uno spazio inteso come nostro.
• Spazio come ciò che produce quanto ci occorre infatti il motivo per cui si difende il proprio territorio è quello di fornire le risorse che assicurano la sopravvivenza e l’indipendenza del gruppo umano, ciò implica che le relazioni tra soggetti non sono solo quelle di esclusione e difese, ma anche quelle pacifiche di cooperazione che permettono l’utilizzo delle risorse territoriali; implica anche che ogni relazione sociale ha sempre un legame con il territorio. In geografia non possono mai esserci attori senza territorio e viceversa.

Le carte geografiche
Sono rappresentazioni della terra o delle sue parti in dimensioni ridotte. Esse sono:
• Simboliche, perché i suoi elementi sono rappresentati da simboli
• Approssimate, perché è impossibile rappresentare esattamente in piano la superficie curva della terra.
Le carte prendono nomi diversi in base alla superficie da rappresentare:
• Carte geografiche, rappresentano un continente o un paese, o come vasta regione.
• Carte topografiche (mappe catastali, pianta della città).

STRUMENTI DI RIVELAZIONE
Si distinguono:
• GPS, satelliti impiegati per determinare la posizione assoluta di elementi presenti sulla superficie terrestre
• GIS, cioè sistemi informativi geografici, costituito da una composizione di hardware e software che permette di inserire, gestire, analizzare e visualizzare dati georeferenziati.

LA TEORIA MALNUTRIZIONE DELLA POPOLAZIONE
L’economista inglese Thomas Malthus, nella sua opera del 1798, intitolata “saggio sul principio della popolazione”, sostenne che le risorse alimentari crescono in maniera inferiore alla popolazione, con le conseguenze che le prime saranno inevitabilmente non sufficienti ad alimentare la popolazione.
Tali teorie continuarono ad influenzare anche dopo la seconda guerra mondiale le strategie di controllo della popolazione adottate in molti paesi in via di sviluppo. Si affermò l’idea che ogni territorio abbia come certa capacità di carico, dovuta alla limitatezza delle sue risorse e quindi del numero di persone che possono viverci in condizioni di vita accettabili. Uno dei principali punti deboli della teoria è che vede nell’ambiente il principale fattore di produzione di risorse alimentari. In realtà la fame di parte della popolazione mondiale dipende dalle ineguale distruzione dei redditi e da altri fattori politici. Inoltre vi sono anche le innovazioni tecnologiche che fanno crescere la capacità produttive alimentari.

PAESAGGI POLITICI
Lo stato esercita il proprio controllo politico attraverso il governo che a sua volta, per mezzo delle sue politiche può influenzare l’aspetto delle città e delle campagne. finanziando la progettazione e la costruzione di infrastrutture lo stato crea paesaggi che rispecchiano le scelte del proprio potere centrale. La presenza del potere centrale nel paesaggio è particolarmente importante per il processo di costruzione dello stato.
In alcuni casi i confini, che stabiliscono i limiti della giurisdizione di uno stato, possono dare vita ad un paesaggio della sicurezza, creato per proteggere il territorio da interventi esterni. Spesso questi paesaggi di confine sono contraddistinti da telecamere, metal detector e ingressi controllati, con lo scopo di impedire l’immigrazione irregolare o prevenire il rischio di attacchi esterni.

Le politiche e le leggi dell’autorità centrale possono favorire o scoraggiare determinati comportamenti, portando alla creazione di specifici paesaggi politici.
Esempi possono essere le:
• Politiche di sviluppo rurale, che incentivano la coltivazione di alcuni prodotti a discapito di altri;
• Le leggi che incentivano l’insediamento di impianti industriali in una determinata area;
• L’istituzione di parchi nazionali e aree protette.
• Altro aspetto dell’impatto della politica sull’ambiente è la presenza di simboli carichi di significati politici, definiti elementi di iconografia politica, come ad esempio bandiere, statue, immagini di politici, complessi monumentali, ecc.

VARI TIPI di CITTA’
Prima dell’industrializzazione le città erano addensamenti urbani i cui confini coincidevano con i confini municipali, tale tipo di città è detta città nucleare.
Queste, con l’industrializzazione, si sono trasformate in città estese, cioè in sistemi territoriali di vario tipo, per lo più multicentrici, formati da più municipalità vicine.
La città vecchia corrisponde al cuore della città estesa, detta città centrale, e nella sua parte più antica città storica.
Nelle corone periferiche della città troviamo spazi industriali, commerciali e di servizi, intercalati a vaste aree residenziali, la cui popolazione accede tutti i giorni ai posti di lavoro o ai servizi della città estesa. Le città estese prendono non nomi diversi.
Se l’espansione stata continua e a macchia d’olio si parla di agglomerato urbano ( o agglomerazione).

Se due agglomerati urbani si sono esposti fino ad unirsi si parla di conurbazione.
Un’espansione urbana non più compatta e continua, ma discontinua e su un’aria molto vasta, che ha conservato molti spazi liberi, è detta area urbana, o, se molto estesa, area metropolitana.
Là dove molte aree urbane e metropolitane sono cresciute molto vicine tra loro, si parla di megalopoli.

RETI URBANE ED AREE METROPOLITANE
Le città intrattengono con l’esterno scambi di materie, energie, servizi, beni, denaro, informazioni.
In quanto collegate tra loro da interazioni simili, esse formano delle reti: i brevi e i servizi prodotti dalla città non servono solo ai suoi abitanti, ma sono destinati anche al territorio circostante, detto area di gravitazione urbana; ed ad altre città del mondo.
I flussi determinati da tali scambi formano sul territorio delle reti, dette reti urbane, nelle quali le città costituiscono i modi.

URBANO E RURALE
Il termine urbano indica gli spazi limitati in cui la popolazione si concentra, mentre rurale viene riferito a tutti gli altri spazi che hanno una bassa densità abitativa. In molti paesi ad economia avanzata, l’urbano si espande nei territori rurali, le città si allargano nella campagna circostante urbanizzandola.

LE FUNZIONI DELLA CITTA’
Per funziona città si intende un’attività (governo, commercio, istruzione, ecc.) che risponde ad esigenze interne ed esterne ad essa. Il raggio d’azione (detto anche portata) può avere diverse ampiezza territoriale. L’importanza di una città si può desumere dalle sue funzioni, le quali sono misurabili in base al loro raggio d’azione e dal loro impatto sulla vita sociale. A seconda delle funzioni esercitate si possono individuare:
• Città commerciali, dai grandi centri del commercio alle piccole città mercato.
• Città capitale, in cui si svolgono le funzioni di governo e connesse.
• Città fortezze, caratteristiche del passato e con funzioni militari.
• Città religiose (o sacre), come città del Vaticano o la Mecca.
• Città minerarie, della pesca e industriali caratterizzate da funzioni produttive.
• Città universitarie, dell’arte, del turismo.

MODELLO DELLE COMUNITA’ CENTRALI
Il raggio d’azione di un centro abitato dipende dalla portata delle funzioni che esso svolge, cioè dal suo ruolo di località centrale. La relazione che intercorre fra località centrale e area gravitazionale dimostra una gerarchia delle località centrali. Il primo geografo ad occuparsi di questi problemi fu Walter Christaller che ha spiegato la nascita di una gerarchia di località centrali fondando le proprie teorie sui concetti di soglia e portata; entrambi riferiti all’offerta di beni e servizi. La portata esprime la distanza massima che un consumatore è disposto a percorrere per fruire di un bene o di un servizio (maggiore per i beni di valore). Se la portata stabilisce la dimensione di un’area di mercato, la soglia spiega quali beni e servizi è possibile reperire al suo interno. Per far si che una località centrale renda disponibile un bene ha bisogno di un minimo numero di utenti che ne usufruiscono , altrimenti la fornitura diventerebbe svantaggiosa per i privati o l’amministrazione pubblica. Al vertice della gerarchia delle località centrali vi sono le città globali, dove è possibile reperire la maggior parte di beni e servizi.
Christaller attraverso il modello delle comunità centrali voleva calcolare la distruzione e la localizzazione data, secondo la sua tesi, dalle forze di mercato.

LE CITTA’ GLOBALI
Le città globali sono di grandi dimensioni, che sono diventate centri o modi di comando, in grado di influenzare in modo determinante i flussi d’informazione, beni e capitali che girano per il mondo, sono due i fattori causati di questo stato di cose:
• La crescita delle multinazionali, le quali hanno stabilito i loro quartieri generali in poche città;
• La crescente importanza di servizi professionali avanzati (finanza, assicurazioni, pubblicità, settore legale, ecc.).
Le città globali, collegandosi fra loro a scala mondiale, formano una rete urbana globale, che ospita le funzioni più pregiate e di alto livello (come le borse valori).
Solitamente è presente in esse anche una base industriale di un certo livello, e sono caratterizzate soprattutto dalla complessità ed eterogeneità della loro compassione demografica e sociale. Al loro interno la polarizzazione economica tra gli strati più ricchi e più poveri della popolazione è massimilizzata: di conseguenza divengono anche i luoghi simbolo dei conflitti sociali e delle grandi manifestazioni di massa. La concentrazione delle funzioni di livello più alto nelle città globali ha assunto un effetto a catena sulla geografia urbana mondiale, ha causato, infatti, un indebolimento degli stati nazione.

L’uso del suolo urbano
Tra i principali processi che influiscono la struttura di una città vi sono:
• La centralizzazione, cioè quelle forse che conducono la popolazione e le attività economiche a concentrarsi nei quartieri più centrali della città;
• La decentralizzazione (sub-urbanizzazione, peri-urbanizzazione), tendenze opposta alla prima, determinata dallo spostamento di parte della popolazione e delle attività verso gli spazi periferici (aree suburbane o città diffusa).
• L’agglomerazione di certe attività che divengono centri di attrazione e conferiscono alla città una struttura policentrica, detta anche multipolare.
Le città sono anche caratterizzate spesso da una zonizzazione funzionale in base all’uso di terreni, distinti in tre categorie principali:
• Zona commerciale;
• Zona residenziale;
• Zona industriale.
La zonizzazione è anche una delle principali espressione della forza istituzionale nel determinare l’uso del suolo urbano, poiché esse possano decidere di limitare l’insediamento di alcune attività in certe zone della città.

MODELLI DELLA STRUTTURA URBANA
Vi sono tre modelli:
• Il modello delle zone concentriche, sviluppato negli anni ’20 dal sociologo Ernst Burger, con il quale descrive la struttura spaziale della città. In base a questa teoria i gruppi che vivono in città competono per le risorse del territorio, ciò comporta la separazione in gruppi sociali lungo confini economici ed etnici che s’insediano in determinare nicchie Territoriali. Con il processo della successione, causata dallo spostamento delle persone, dal cambiamento nell’uso dei terreni, dall’immigrazione, inoltre, i vari gruppi possono spostarsi da una nicchia all’altra;
• Il modello di settori, sviluppato nel 1939 dall’economista Homer Hoyt, che attribuisce grande importanza nella determinazione della struttura parziale della città ai mezzi di trasporto, che causano una divisione dei cerchi concentrici in zone radiali;
• Il modello dei nuclei multipli, teorizzato nel 1945 da Harris e Ullman, i due geografi che hanno evidenziato per primi che le città non hanno un solo centro commerciale ed affaristico, ma molteplici nuclei centrali: i quali influenzano i modelli di utilizzo dei terreni cittadini.
IL SITO
Per sito di una città s’intende il luogo geografico in cui una città si è sviluppata; esso si riferisce soprattutto alle caratteristiche naturali e ha un valore storico, in quanto è connesso all’origine dell’insediamento e del suo successivo sviluppo.

IL PAESAGGIO URBANO
Le caratteristiche del sito contribuiscono a formare il paesaggio urbano assieme alle varie componenti della città ad opera dell’uomo ed ai cittadini stessi. Il paesaggio urbano è caratterizzato da una concentrazione di beni culturali maggiore alle zone rurali. Ciò si deve soprattutto alla plurisecolarità della città e delle antiche funzioni cittadine rimaste impresse nel paesaggio. L’insieme di queste testimonianze forma il patrimonio culturale della città, detto anche patrimonio, il quale è distinto in beni culturali sia materiali che immateriali.

DIVERSE PROSPETTIVE SULLO SVILUPPO
I modi di intendere lo sviluppo si situano su due estremi:
• Concezione secondo cui ogni sistema socio-culturale ha un suo cammino di sviluppo diverso e non comparabile con li altri. Abbiamo così una geografia delle diversità;
• Concezione oggi dominante, secondo la quale lo sviluppo ha un’unica strada possibile, quella della cultura occidentale, che le altre devono seguire, rinunciando alla loro specificità. Dà luogo ad una geografia delle disuguaglianze, dei territori “arretrati” e di quelli “avanzati”.
La canalizzazione odierna dell’evoluzione umana lungo un unico percorso sta distruggendo la grande ricchezza delle varietà culturali ed ambientali, assieme al grande patrimonio di potenzialità che vi è insito, dare le alternative al percorso unico che potrebbe offrire.
Il concetto di sviluppo collegato all’idea di un futuro desiderabile, implica il miglioramento delle condizioni economiche, sociali ed ambientali di una società, gli esperti di sviluppo riconoscono come il miglioramento in un ambito ( es. crescita economica) possa avere conseguenze negative in un altro campo (es. ambientale). Ciò che viene sottovalutato è che il patrimonio economico globale non dipende solo dalle risorse umane e finanziarie ma anche da quelle naturali. Come abbiamo già accennato sullo sviluppo vi sono due diverse prospettive:
• Sviluppo convenzionale, che privilegia la crescita economica e secondariamente, anche il benessere sociale, dedicando poca attenzione all’uso delle risorse, ai consumi e all’ambiente;
• Sviluppo sostenibile, che privilegia una crescita economica e sociale rispettosa delle diversità culturali, delle risorse naturali e delle condizioni dell’ambiente, per garantire le generazioni future.

LE TEORIE DELLO SVILUPPO
Nella seconda metà del novecento sono stati sviluppati vari modelli e teorie sullo sviluppo:
• Modello di sviluppo classico, avanzato dallo storico dell’economia Rostow, ed incentrato in cinque fasi, dette stadi dello sviluppo. Il teorico pose come particolare enfasi sulla crescita economica: riteneva infatti che i paesi meno sviluppati possedevano economie agricole e che, per determinare una crescita economica, si dovesse investire nelle attività manifatturiere e di servizi.
tale modello ha subito tre critiche principali:
1. Presuppone che i paesi partano da un livello uguale di sviluppo e non tiene conto delle effettive differenze economiche;
2. È una concessione di sviluppo ristretta e incentrata su uno schema di crescita lineare. Non considera che un aiuto economico, se pur può causare una crescita economica a breve tempo, può anche determinare alti livello di debito, tali da soffocare la crescita sul lungo periodo;
3. È un modello eurocentrico che presuppone uno sviluppo che conduce a una società occidentale modernizzata e tecnologicamente avanzata.
• Teoria della dipendenza, nata negli anni ’60 e ’70, considera lo sviluppo come n processo relazionale e connesso al commercio internazionale. Lo studio di quest’ultimo evidenzia la presenza di due tipi di stati: dominanti e dipendenti. I primi sono i paesi industrializzati che controllano le risorse economiche e hanno il potere di condizionare le politiche e le pratiche del commercio internazionale. I secondi devono invece la loro condizione di dipendenza proprio ai modelli di commercio internazionale che determinano in loro bassi livelli di sviluppo ed una posizione di dipendenza. Alcuni di queste teorie affermarono che anche le multinazionali oggi creerebbero dipendenza;
• Teoria del sistema mondo, secondo alcuni teorici dello sviluppo fornirebbe una base ideologica più fondata alle teorie della dipendenza e del sottosviluppo. Essa è stata sviluppata dal sociologo Immanuel Wallerstein, nel suo libro Il sistema mondiale dell’economia moderna, nel quale argomentò il sottosviluppo non era dato dalla gestione del sistema internazionale, bensì dal sistema capitalista mondiale. Non vi è quindi, per il sociologo, un primo o terzo mondo, ma un unico mondo connesso da e attraverso la rete del capitalismo, di fatto un sistema mondiale. Secondo la teoria il capitalismo genere ad una divisione internazionale del lavoro che causa, a sua volta, una gerarchia di stati o regioni interdipendenti. Il sistema mondiale è formato, di conseguenza, da stati centrali, aree semiperiferiche e aree periferiche. Gli stati centrali posseggono un settore militare avanzato, una forza lavoro altamente qualificata e un’economia diversificata che produce un alto livello di capitale per persona. Le zone periferiche, al contrario, hanno una forza lavoro poco qualificata ed un sistema di produzione con lavoro più intensivo. Queste regioni coincidono con gli ex domini coloniali. La sottomissione delle aree periferiche a quelle centrali si deve ad un sistema di scambi di segnale che genera ricchezza nei primi, la quale viene reinvestita nello sviluppo di nuove tecnologie che incrementano ancor più il divario. La teoria del sistema mondo riconosce una certa dinamicità nelle relazioni tra le diverse aree, ma evidenzia che un’efficiente funzionamento del capitalismo dipende dalla divisione internazionale del lavoro basato sulla diseguaglianza.
• Modello di sviluppo neoliberista, ancorato all’idea di sviluppo capitalista, che avrebbe potuto eliminare il sottosviluppo a condizione che venissero messe in pratica delle riforme appropriate, per consentire la competizione economica e il libero mercato. Questa teoria di sviluppo è detta neoliberismo. Il liberismo fa riferimento ad una teoria politica ed economica che sostiene i diritti di proprietà e libertà individuale, il libero mercato e la libera circolazione di beni, servizi e capitali. Dagli anni ’80 il neoliberismo s’impone come la teoria dominante della politica economica degli stati e della maggior parte delle organizzazioni internazionali.
Da un punto di vista neoliberista il sottosviluppo non è dato dal capitalismo, ma dalle scelte economiche e politiche mal concepite che ostacolano il suo efficiente funzionamento e la crescita economica. Il sottosviluppo potrebbe quindi essere risolto attraverso programmi di aggiustamento strutturale, consistenti nella ristrutturazione delle economie dei PSV, seguendo la linea delle riforme di mercato e della deregolamentazione.

Di mercato:
• ridurre il deficit di bilancio;
• rispettare il programma di pagamento del debito;
• valutare la moneta.

Deregolamentazione:
• ridurre il ruolo dello stato nell’economia;
• privatizzazione delle imprese statali;
• ridurre le spese pubbliche;
• liberalizzare le leggi sul lavoro;
• liberalizzare i regolamenti sugli investimenti esteri.

I programmi di aggiustamento strutturale furono adottati durante gli anni ’80 e ’90 dal Mondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (BM). Molti osservatori sostengono che abbiano contribuito a frenare l’inflazione e a ridurre il deficit di bilancio in vari paesi; altri invece affermano che, neoliberismo e programmi di aggiustamento strutturale, abbiano provocato più danni che vantaggi, influenzando negativamente le fasce più povere della popolazione mondiale. Il neoliberalismo e le PAS sono criticate in 5 punti:
1. I tagli alle spese ed ai servizi pubblici causa un effetto negativo sul sistema sanitario;
2. L’eliminazione delle sovvenzioni all’agricoltura, sempre nell’ottica dei tagli, fa aumentare il prezzo delle durate alimentari, con conseguenze gravissime sui più poveri;
3. La svalutazione della moneta locale causa l’aumento dei prezzi di tutti i beni d’importazione;
4. I programmi per promuovere l’esportazione causano, in molti paesi, l’adozione di un unico modello d’esportazione con la conseguente non diversificazione delle propria economia;
5. I PAS rappresentano delle ingerenze del FMI e della BM negli affari interni degli stati. Queste due istituzioni hanno spesso utilizzato criteri discutibili come condizioni da soddisfare per ricevere aiuti o prestiti.

I SETTORI DELL’ECONOMIA
Le attività economiche si possono raggruppare in tre grandi settori:
• Settore primario, che prevede l’utilizzo di risorse naturali o risorse primarie. Questo settore dispone di connessioni con altre attività economiche. Si possono individuare tre tipi di queste connessioni: a volte, a monte e per i consumi locali. Le prime sono quelle che trattano le materie prime; i collegamenti a monte sono dati da quelle attività economiche che favoriscono l’accesso e l’estrazione delle materie prime; i collegamenti dovuti alla domanda locale, invece, si riferiscono alla richiesta e all’acquisto di beni di consumo da parte degli abitanti dell’area e di eventuali turisti;
• Settore secondario, comprende tutte le attività manifatturiere che si svolgono nelle fabbriche o all’aperto (edilizia). Vi è distinzione tra:
 Manifattura pesante, inerente alla produzione di prodotti come l’acciaio, combustibili, prodotti chimici grezzi, beni durevoli di grandi dimensioni;
 Manifattura leggera, che include quelle attività che producono beni rivolti al consumo finale o prodotti sofisticati (ospedalieri o di precisione);
• Settore terziario, in senso generale, comprende tutti i tipi di servii ed attività negli uffici (gestionali, amministrativa, politiche). Esso dispone di una classificazione funzionale in:
 Servizi per famiglie, destinati alla vendita e rivolti al consumo finale;
 Servizi per la collettività, anch’essi fruiti dalle persone, ma gestiti e distribuiti diversamente, perché rispondono non soltanto all’interesse individuale, bensì generali della collettività. Essi sono rivolti ad assicurare i cittadini, alla società e all’economia certe condizioni minime necessarie, non rinunciabili. Questi servizi e queste attività sono gestite direttamente dallo stato o da privati sotto il suo controllo. Riguardano la difesa, la giustizia, la sicurezza, la sanità, l’istruzione, ecc.
 Servizi per le imprese, la cui distribuzione è regolata dal mercato. Essi riguardano anche i servizi <<avanzati>> (detti anche terziario superiore) cioè quelli che, incorporando innovazione tecnologica e organizzativa, possono rendere più competitive le imprese, (consulenza fiscale, legale, finanziaria, marketing, pubblicità, ecc)
 Attività quaternarie, le quali occupano una posizione particolare delle attività terziarie. Oltre a presentarsi come servizi, esse hanno soprattutto funzioni di comando, direzione, indirizzo politico e culturale. Rientrano in essa le massime funzioni del governo, le direzioni delle maggiori imprese, le borse e le grandi istituzioni finanziarie, i principali centri di cultura e religiosi, gli apparati direttivi dei media. Il settore quaternario si concentra nelle città globali o nelle capitali politiche degli stati.
 Terzo settore, o non profit, che comprende una serie di attività di servizi svolte da privati, che perseguono scopi sociali nel campo dell’assistenze, della cultura, ecc. e tendono ad integrare e in parte a sostituire l’intervento statale dove esso è carente.

IL TURISMO
Il turismo, cioè lo spostamento dal luogo di residenza in altre località per svago, interessi culturali, salute, riparo o desiderio di conoscere nuovi luoghi è esistito fin dall’antichità. Con la rivoluzione industriale e il formarsi. Di una ricca classe borghese il turismo ebbe un forte sviluppo, ma si trattava ancora di un turismo d’èlite, legato cioè alle classi con alto reddito. Fu soprattutto nel secondo dopoguerra che si sviluppò il turismo di massa che ebbe, e ha, notevoli ripercussioni dal punto di vista economico, nell’uso del territorio e nella trasformazione di paesaggi. Tra le attività del settore terziario il turismo è quella con il maggior numero di addetti a livello mondiale. Il continente privilegiato dal turismo internazionale è l’Europa, grazie alle sue città ricche di storia ed a un buon livello di servizi e infrastrutture: l’Italia è al 5° posto al mondo per numero di arrivi. Il turismo se da un lato rappresenta una fonte notevole di reddito (13% in Italia), d’altro canto ha un impatto non sempre positivo sul territorio, provocando profonde trasformazioni funzionali e paesaggistiche. Oggi il turismo si lega sempre di più al viaggio, il quale risponde a stimoli diversi, ma sempre legati all’immagine del paese che si sceglie di visitare. Particolarmente importante è l’immagine globale, che comprende quella paesaggistica e culturale. Molto spesso invece l’immagine è parziale e deriva da un cliché o stereotipo, cioè ad una generica rappresentazione dovuta alle idee più comuni sulla località. In secondo luogo l’immagine del paese è legata ai tipi di servizi offerti e al rapporto qualità/prezzo. Per la formazione delle diverse immagini è molto importante la pubblicità turistica che fornisce attraverso i media immagini diversificate del luogo turistico, atte ad attrarre varie tipologie di turisti. Una particolare forma di turismo è il turismo culturale, che ricerca tutto ciò che riguarda l’identità dei luoghi, della loro storia, dei stili di vita, la cucina e il folklore. Il turista culturalmente motivato ricerca anche manifestazioni culturali che riguardino gli usi, i costumi, la tradizione, l’enogastronomia, la moda, il vivere bene, ecc.

ORIGINE E SVILUPPO DELLA GEOGRAFIA UMANA
A livello scientifico la geografia si è divisa in:
• Geografia fisica, che si occupa dello studio della struttura fisica dell’ambiente del pianeta;
• Geografia umana, che analizza l’organizzazione degli spazi terrestri ed il rapporto società-ambiente (distribuzione uomini, insediamenti, stili di vita, organizzazione economica e sociale in relazione all’ambiente).
La geografia umana nasce nel 700 in clima illuministico, e si sviluppa nell’800 nel fervore per l’esplorazione delle vecchie e nuove terre. Lo studio delle relazione tra l’ambiente naturale e l’uomo diventa il tema tremante della geografia classica. Le prime formulazioni sistematiche della geografia contemporanea si devono a :
• Humbolàt, che gettò le basi della metodologia moderna
• Ritter, che promosse una geografia scientifica fondata sulla storia.
Un passo in avanti fu compiuto con Friedrich Ratzel, che pose le basi per la prima formulazione sistematica della disciplina. Con questi la geografia umana prende definitivamente corpo; siamo in piena rivoluzione industriale, in un clima culturale fortemente influenzato dal positivismo. Fondamentale fu l’impatto della moneta biologia evoluzionista: nel 1859 Darwin pubblica le origini della specie. I geografi del tempo sono indotti a concentrare le ricerche sulle relazioni tra l’ambiente e l’uomo in senso unilaterale: dalla natura all’uomo. Secondo questo tipo di approccio, chiamato determinismo fisico o ambientalismo, l’influenza dell’ambiente si applica ance alla società umana, che sarebbero quindi il prodotto finale dell’adattamento alle diverse condizioni imposte dall’ambiente naturale. Tra la fine dell’800 e gli inizi del 900 le concezioni positivistiche subiscono una crisi, e si va delineando una diversificazione tra natura e storia. La caratteristica distintiva della società diviene, così, la loro “storicità”, l’essere cioè il prodotto di uno sviluppo storico nel quale individui e gruppi sociali agiscono autonomamente, mossi da intenzionalità. In questo clima culturale la geografia introduce una nuova visione storica, detta possibilismo: non è più l’ambiente a determinare il comportamento umano, ma l’uomo stesso che, come ogni altro fattore geografico, interviene continuamente sul territorio e lo modifica secondo le sue capacità tecnologiche e i suoi interessi economici. La nuova concezione ipotizzava un rapporto bidirezionale composto sia da impulsi che provengono dall’ambiente sia da altri che provengono dalle comunità umane.
Tra gli anni 50 e 60 si fonda un nuovo orientamento basato sul funzionalismo: l’analisi si fonda sulle strutture di funzionamento di una regione dalle quali si cerca di ricavare le leggi generali. Per giungere a una spiegazione scientifica è necessario un linguaggio unico: la matematica. La geografia umana allarga il suo campo d’indagine: non sono più presi in esame le relazioni verticali, cioè quelle che legano l’uomo all’ambiente, ma anche le relazioni orizzontali, quelle cioè che intercorrono tra luoghi e aree diverse.
La nuova geografia si collega anche all’utilizzo dei nuovi sviluppi della tecnologia informatica. Numeri e statistiche sono utilizzati dai funzionalisti per costruire schemi concettuali o modelli spaziali che riproducono la realtà per giungere alla sua comprensione: questa è stata definita rivoluzione quantitativa. Più recentemente la geografia quantitativa è stata arricchita dalla concezione “sistematica”: un sistema è definito come un’insieme che funziona come un intero a causa dell’interdipendenza delle sue parti. Nel corso degli anni 60 molti geografi si rifugiarono nel soggettivismo, prendendo parte ad un più ampio movimento di critica dell’ottimismo scientifico neopositivista: si fece strada la necessità di indirizzare la ricerca anche verso obbiettivi sociali. Si sviluppò anche una geografia delle percezioni, che si occupava, ad esempio, della percezioni dei paesaggi. La reazione antipositivistica ha ispirato anche un’altra corrente, la geografia umanistica, che disconoscere è oggettività delle conoscenze del territorio e dell’ambiente: la conoscenza è possibile solo attraverso la propria esperienza, rimanendo dunque soggettiva. La geografia umanistica non si è diffusa tra gli studiosi ma ha trovato posto nell’ambito della geografia culturale.

LA TEORIA DI WEBER SULLA LOCALIZZAZIONE INDUSTRIALE
La teoria più accreditata nel campo della localizzazione delle industrie è quella elaborata da Alfred Weber. La teoria di Weber si fonda sull’idea che per massimizzare l’utile occorre minimizzare i costi di trasporto. Si distinguono i materiali impiegati nel processo produttivo in:
• Ubiquitari, cioè distribuiti ovunque (aria) e quindi non influenti sui costi di trasporto;
• Ubicati, cioè distribuiti in un alto numero di luoghi.
Se una fabbrica svolge un’attività a forte perdita di scorie durante il processo di produzione, la sua localizzazione verrà attirata in vicinanza delle materie prime. Se invece impiega in gran parte materiali ubiquitari (acqua), la localizzazione perderà verso il mercato del prodotto finale.
Lo stesso Weber modificò successivamente lo schema originario per tenere conto anche dell’attrazione della manodopera e del costo del lavoro. Nell’ubicazione delle fabbriche oggi vengono a pesare anche altri fattori, come le direttive delle amministrazioni pubbliche e le norme dettate dalla pianificazione.

LA PIANTA DELLA CITTA’
La pianta della città, cioè l’articolazione dell’edilizia, delle strade, delle piazze, dei giardini, può essere condizionata dai rilievi, dal mare o dai fiumi:ma esprime sempre un tipo di civilizzazione. Si possono distinguere due piante fondamentali, due modelli che hanno ispirato, le costruzioni delle città:
• Pianta a scacchiera, diffusa dai Romani, è originata da due assi che si incrociano perpendicolarmente. In epoca moderna la struttura a scacchiera è stata adottata nel disegno di città pianificata e quartieri nuovi. È stata ampiamente esportata nelle aree di colonizzazione, soprattutto in America.
• Pianta radiocentrica , con le strade divergenti a raggiera da un nucleo centrale, è il risultato dell’espressione urbana dell’Europa medievale. Negli ultimi del medioevo sono stati contrassegnati, specialmente in Italia, dallo sviluppo dei comuni. Il cuore della città divenne la chiesa madre, e le sedi del potere politico: spesso si trattava di posizioni fortificate. I tracciati delle mura abbattute hanno dato luogo agli anelli di circonvallazione.
Una pianificazione particolare è quella della città – fortezza, studiata dagli architetti militari del Rinascimento in poi, per resistere meglio ai colpi di cannone fruire di una maggiore ampiezza di tiro. Come, più idoneo allo scopo è adottata la pianta a stella.
Infine la pianta a struttura disordinata oppone in balia dell’empirismo senza alcun canone ordinatore: le medine del mondo arabo o le vecchie “città barbariche” africane. Lo sviluppo urbano, invece di far allargare il nucleo preesistente, può portare talvolta alla formazione di un nuovo nucleo insediativo: si viene cos’ a formare la città multipla. A fianco della città vecchia a struttura compatta e disordinata, i quartieri moderni a struttura regolare formano una vera e propria città nuova. Si parla di sdoppiamento o geminazione quando accanto alla città si sviluppa un nuovo centro più o meno indipendente.

TEORIA DELLA QUATTRO ZONE CONCETRICHE
Lo studioso Dickinson ha individuato nell’ambito delle città inglesi la successione di quattro zone concentriche. La zona centrale, la più antica, è divenuta la zona degli affari (city) con banche e uffici ma opache abitazioni. La zona intermedia, con edifici vecchi e poco igienici, è stata abbonda nata da ceti abbienti e si è venuta affollando di immigrati e di povera gente, la zona periferica, costruita in gran parte dopo la prima guerra mondiale, è formata essenzialmente da quartieri residenziali e da nuovi impianti industriali. Nella frangia esterna, infine, vi sono dimore rude di alto livello, sorte dopo la seconda guerra mondiale.

GEOGRAFIA CULTURALE
La geografia culturale parte dall’idea secondo la quale la specie umana si distingue da ogni altra specie per la sua capacità di creare simboli e di dedurne significati, e assume che la cultura sia costituita dalle manifestazioni di questa prerogativa. La geografia culturale consiste nello studio delle manifestazioni geografiche della cultura, cioè nello studio dei simboli, e dei relativi significati, attribuiti a luoghi e spazi. Le radici della disciplina sono riconducibili all’800, ma il decollo avviene nella metà degli anni 60, mentre le prime manifestazioni nella produzione scientifica possono ricondursi agli anni 80. La cultura è ricondotta soprattutto a fatti intellettuali e spirituali, e il territorio è rappresentato come una tessitura di luoghi connotati da simboli e valori. La geografia culturale:
• Impiega il metodo semiotico finalizzato all’investigazione di valori espressi dalle connotazioni simboliche dei luoghi;
• Prende in esame i simboli che connotano i luoghi, i valori che esprimono e le condizioni esistenziali con cui sono commessi;
• Sono considerati i rapporti esistenziali con la natura, la società ed il trascendentale;
• Adatta come tema centrale il paesaggio
• Attribuisce i valori riferiti ai luoghi e agli spazi come il risultato della sedimentazione di simboli premoderni e moderni e, in qualche caso, dell’emergere di simboli postmodeni.

GEOGRAFIA SEMIOTICA DELLA CULTURA
La geografia culturale su base semiotica si fonda sui due premesse:
1. Risiede nell’assumere che la cultura consiste nella creazione e trasformazione di simboli e nell’attribuire loro significati;
2. Riguarda l’obbiettivo, cioè indagare le manifestazioni geografiche della cultura, considerando cioè la cultura come oggetto specifico d’indagine.
La prospettiva che intende fare della cultura un oggetto specifico d’indagine, adatta metodi distinti da quelli proposti dallo strutturalismo, che rientrano nella prassi della geografia umana. Prendendo l’esempio dell’agricoltura, la geografia culturale su base semiotica non indagherà gli stili di vita commessi all’uso del suolo (proprio della geografia umana), ma cercherà di identificare i simboli che la storia delle comunità locali ha attribuito ai luoghi in rapporto al loro sfruttamento, e i valori che associano ai simboli.
La produzione di simboli e significati è stata assente come la manifestazione più alta della specie comune. Secondo questa visione, il comportamento umano si manifesta creando simboli che sono il prodotto delle nostre reazioni ai contesti con cui entriamo in relazione. La produzione di simboli diventa una manifestazione intellettuale che dà forma alla cultura. Sulla base di questo modello gli antropologi culturali ritengono che la specie umana sia preesistita alla cultura e che si sia evoluta mettendo in atto e affermando capacità di produzione simbolica. La cultura, però, è diventata una realtà a sé stante, che si autodefinisce ad autoalimenta e che, quindi, esiste indipendentemente dalla società perché è costituita dal patrimonio di simboli significati che si trasmettono attraverso le generazioni, si accumulano, si diffondono e si trasformano non soltanto a causa degli impulsi che provengono dalle singole comunità umane, ma anche per effetto di un’energia propria. Ad esempio, adottando un’impostazione tradizionale, le religioni sono considerate dal geografo in rapporto alla loro diffusione territoriale, mentre adottando la prospettiva semiotica si considera la cultura come un impianto di simboli che contraddistingue il territorio, i singoli luoghi e spazi sono rappresentati in rapporto ai simboli e ai relativi valori attribuiti loro dalla religione professata dalle comunità locali.
Quando si chiama in causa il simbolo si penetra in un terreno di interazione tra geografia e semiotica. Si potrebbe obiettare che il simbolo non possa condurre a esplodere seriamente le culture. L’obiezione però partirebbe dal postulato che soltanto attraverso rappresentazioni basate sul rapporto causa-effetto si possa produrre conoscenza valida. Invece il simbolo non costituisce limite al pensiero, al contrario, è un terreno appropriato per avanzare, poiché permette di combinare ragione e immaginazione. La geografia culturale è un’attività simbolica di secondo grado, perché individua, e ricostruisce attraverso la rappresentazione i contenuti simbolici dei luoghi e degli spai creati dalle comunità umane. Conveniamo dunque che il simbolo sia un segno particolare, partendo dal quale si perviene a un terreno indistinto di significati, che mutano da comunità e comunità e cambiano nel corso del tempo. Il simbolo sviluppa una funzione metaforica nei riguardi della realtà.
Dematteis distinse la rappresentazione “”normale” del territorio, nella quale si cerca di trovare il senso dell’ordine del territorio modellizzandolo, cioè razionalizzandolo, e la rappresentazione discorsiva, basata appunto sull’uso delle metafore. La metafora è intrinseca al modo geografico di rappresentare il territorio e conduce ad una ricchezza di risultati maggiore di quanto faccia la rappresentazione attraverso i modelli costruiti dalla geografia “normale”. La geografia culturale conduce all’identificazione e all’interpretazione di simboli attraverso tre tappe:
1. Referente. Si individua l’oggetto di studio, ad esempio La Mecca;
2. Simbolo nella sua funzione rappresentante (segno-significante), si individuano il simbolo, o i simboli, che contraddistinguono La Mecca e si scopre, poniamo, che il simbolo più caratteristico della città è il santuario della Kà era con la “pietra nera”! Sono identificate le rappresentazioni che nel corso del tempo sono state fatte della Kà ba. Il prodotto consiste in una sequenza di simboli attraverso i quali è possibile costruire la storia metaforica della Kà ba;
3. Simbolo nella sua veste di significato (segno-significato, si costruiscono i significati cui conduce il simbolo.
Poniamo che si approdi ad una serie di significati ognuno dei quali ha avuto rilevanza diversa in rapporto alle epoche storiche. I significati potrebbero, ad esempio, consistere nell’esaltazione delle radici dell’islam e della fermezza del rapporto fedele-Allah, nella proclamazione d’unità della comunità musulmana, nell’affermazione di difesa dei musulmani nei confronti dell’occidentalizzazione. Il lavoro fa approdare ad una storia di significati.

SIMBOLOGIA E SIGNIFICATI DEL FIUME
Ogni fiume possiede peculiarità particolari, perché le popolazioni del suo bacino gli attribuiscono simboli che rappresentano le relazioni tra la loro esistenza e le acque. Il discorso sul fiume si può muovere lungo due milieu culturali distinti:
• Milieu premoderno, dare il simbolo è strumento di rappresentazione mitologica (mythos), è inteso come complesso di segni che non conducono a spiegazioni ma piuttosto a comprensione della materia;
• Milieu moderno, dove il simbolo di rappresentazione logica (logos), è inteso come spiegazione della natura. Una volta enunciate le leggi che governano il fiume nel suo comportamento, la spiegazione diventa la base per il progetto di trasformazione della natura. L’indagine geoculturale sul fiume parte, quindi, dalla considerazione dei simboli attribuente alle sue acque e al suo percorso e finisce con il considerarli come tasselli di un discorso sulla rappresentazione premoderna e moderna, su mythos e lògos, sulla conoscenza che si forma attraverso comprensione e quella che si forma attraverso spiegazione.

 Milieu = termine francese che significa ambiente, usata per indicare un ambito/clima culturale.


SIMBOLOGIA E SIGNIFICATI DELLA MONTAGNA
La montagna rappresenta ciò che congiunge la terra al cielo, l’uomo al trascendente; in secondo luogo la montagna rappresenta il tempio di Dio. Entrambi i significati appartengono alla civiltà occidentale poiché riflettono modi di considerare simbolicamente l’ambiente montano emersi con l’Ebraismo e continuati fino ai giorni nostri. Con il Rinascimento la montagna cominciò a diventare uno spazio simbolico diverso. La scatola si traduce in un’intensa fruizione estetica, in un forte impatto emotivo. A questo punto emerge il dissidio tra il modo cristiano, secondo cui la natura va contemplata come vincolo per avvicinarsi a Dio, e il modo “laico”, secondo il quale la natura è una fonte di godimento estetico. In questo quadro, la montagna diventa il simbolo del dissidio tra richiamo terreno e richiamo celeste.
Con l’avvento dell’illuminismo, il mito cessa di essere strumento di creazione di conoscenza e venne progressivamente inteso come una manifestazione intellettuale minore, in conflitto con la ragione. Ma non per questo la montagna: dal 700 in poi la montagna è stata il teatro di due filiere di simboli, costruiti con l’intento di sostituire quelli premoderni. La prima filiera sono simboli concepiti dalla scienza, che presumono di dar vita a una conoscenza oggettiva della montagna. La seconda filiera è costituita sia da simboli di natura etica, che narrano come la montagna sia il teatro dove l’uomo sfida i suoi limiti fisici nel compiere scalate sempre più rischiose e, dall’intensità di queste esperienze, trae motivi di elevazioni morale.

CULTURA E PAESAGGIO
La rappresentazione del paesaggio cambierebbe a seconda del fatto che si adottasse la prospettiva della geografia umana, in base alla quale si cerca di produrre descrizioni sistematiche delle forme che nascono dall’interazione tra comunità e natura, oppure se fosse adottata la prospettiva della geografia culturale di ispirazione semiotica, in base alla quale si cercano di identificare le connotazioni simboliche dei luoghi e i valori cui esse conducono. Secondo l’impostazione ispirate allo strutturalismo, il paesaggio è presa in esame assumendo la natura come base di partenza, per poi dirigere l’attenzione sulla presenza umana, che è considerata soprattutto intermini di uso del secolo e d’insediamenti. L’impostazione su base semiotica si differenzia perché pone nel sottofondo la descrizione degli elementi e delle condizioni materiali e si concentra sui simboli connaturati agli insediamenti e alle forme di uno del suolo, cercando di cogliere i significati cui essi conducono. Nel far ciò si sforza di distinguere i significati che appartengono alla cultura moderna (assoggettamento della natura da parte dell’uomo), premoderna (armonia dell’uomo con la natura) e tardo-moderna (uso della natura secondo criteri di sviluppo sostenibile). L’impostazione tradizionale non lascia spazio ai valori spirituali connessi ai luoghi mentre l’impostazione alternativa dedica loro comprensibile attenzione. La rappresentazione convenzionale si basa sulla fisionomia materiale della realtà e approda ad una conoscenza oggettivistica del paesaggio, mentre la rappresentazione alternativa descrive tessitura di simboli e significati e, cosi facendo parte del soggetto e fa del rapporto tra soggetto e realtà la fonte della sua rappresentazione. Data la sua base essenzialmente strutturalista, la rappresentazione convenzionale tende a spiegare il paesaggio individuati rapporti di casualità tra gli elementi e descrivendo le forme che ne derivano. La rappresentazione su base semiotica cerca invece di comprendere il paesaggio, prescinde dalla ricerca dei mezzi di causalità tra gli elementi, individua simboli e ipotizza relazioni ambigue tra questi e significati.
Per l’importazione convenzionale il paesaggio è essenzialmente assunto come una realtà esterna al soggetto. Al contrario, ove il paesaggio sia concepito come un mondo di simboli attribuiti ai luoghi, la rappresentazione da stretto riferimento al soggetto. L’impulso prodotto dal corredo simbolico dei luoghi può essere ricondotto all’emozione, la quale ha acquisito una funzione rivelante sia nella produzione di conoscenze sia nella creazione di cultura. Se si prescindesse dall’esperienza emotiva, non sarebbe possibile comprendere le condizioni esistenziali dell’uomo, la sua stessa natura. Emozione e ragione non sono dunque più viste in conflitto, come invece accadeva in passato, ma è piuttosto attribuito loro un rapporto che va dalla complicità al conflitto. Sarebbero dunque espressioni della varietà di reazioni di cui il soggetto è protagonista nel porsi di fronte alla realtà e nel costruirne rappresentazioni. Se si accetta questa impostazione si può convenire che il paesaggio sia una realtà compresa e costruita emotivamente, sicché la sua rappresentazione conduce all’identificazione di valori, di significati spirituali ed estetici, attraverso i quali si realizza la nostra esperienza. Dove il paesaggio sia considerato un complesso di simboli, occorre concentrare l’attenzione sulla reazione emotiva che suscita nel soggetto e quelle sue rappresentazioni che il soggetto costruisce.
La funzione essenziale dell’emozione consiste dunque nel farci percepire i simboli da cui il paesaggio è contraddistinto e, in questa base, nell’approdare a significati. Il simbolo costituisce un segno connaturato a un oggetto (referente), e che conduce a un valore (significato). Ciò vuol dire che il paesaggio diventa un’arena utile per ragionare sia sul rapporto che lega il simbolo al referente (la realtà territoriale) sia sul rapporto che lo collega al significato.
È certamente più facile rappresentare il paesaggio come una realtà oggettiva, come avviene nell’impostazione convenzionale a sfondo strutturalista, di questo sia rappresentarlo come un manto di simboli. Nel primo caso si tiene conto di oggetti, naturali e umani, e si cerca di ordinarli per rappresentarli in un tutto dotato di coesione interna. Nel secondo caso, invece, occorre risalire ai valori, ai significati profondi, cui conducono i simboli. Questo insieme di simboli può essere concepito come un’apparenza visuale integrata: integrazione consiste nell’osservare il paesaggio, non con distacco oggettivo, ma con la partecipazione di tutto il patrimonio culturale e con un atteggiamento storico e spirituale.
Se intendessimo il paesaggio come corredo di simboli che commutano i singoli luoghi e che rimandano e significati, il paesaggio sarebbe inteso come un prodotto culturale di per sé. Questa posizione non è però accolta dalla maggior parte dei geografi, e ovviamente da quelli inclini allo strutturalismo. Non esiste ambiente naturale che, direttamente o indirettamente, non sia influenzato dall’uomo. Vi sono due modi di approcciarsi al paesaggio culturale per la geografia:
1. Consiste nel ritenere il paesaggio culturale un tipo di paesaggio geografico;
2. Considera il paesaggio culturale come una categoria a sé, distinta dl paesaggio geografico.
Quando si tratta di paesaggio geografico la realtà esterna ci appare come un complesso di forme. Al contrario, quando si tratta di paesaggio culturale la rappresentazione è provocata da un patrimonio intellettuale e spirituale del soggetto che si riflette su una realtà esterna, attribuendo simboli e significati ai luoghi. Sotto questo punto di vista, il paesaggio culturale non è costituito da ogni tipo di segni cui comunemente si attribuisce natura culturale come potrebbero essere ad esempio gli stili architettonici predominanti in un paesaggio urbano, bensì da simboli capaci di produrre emozione, e così facendo, capaci di condurci verso nuove immagini del mondo.

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