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Lo sfruttamento del mare: la pesca e l'acquicoltura



La pesca ha sempre costituito la risorsa più importante dei mari italiani. È praticata in tutti i mari, ma è particolarmente fruttuosa nell'Adriatico. Al pesce azzurro, prodotto più importante, si aggiungono i crostacei e alcuni tipi speciali di pesce, come le anguille (Chioggia) e il pesce spada (Sicilia).

Da una ventina di anni, tuttavia, la pesca è aumentata eccessivamente, per cui è stata limitata in vario modo: alcuni tipi di pesce si possono pescare solo in certi periodi dell'anno; non si possono pescare pesci
troppo giovani, in modo da lasciarli crescere e avere in un secondo tempo maggior prodotto a disposizione. Per proteggere il fondo del mare è stata vietata la pesca a strascico, praticata con reti che si trascinano sul fondo distruggendo la vegetazione.
Queste misure, da sole, non sarebbero sufficienti a garantirci il rifornimento di tutto il pesce di cui abbiamo bisogno. Per far fronte alle esigenze non soddisfatte con la pesca si è sviluppata l'acquicoltura, ovvero l'allevamento di pesci e crostacei. Gli impianti di acquicoltura si vanno diffondendo un po' ovunque e costituiranno in futuro una delle più importanti attività costiere. Possiamo trovare un impianto di acquicoltura nell'isola di Capraia, nell'Arcipelago Toscano; inoltre sono presenti allevamenti di anguille a Comacchio in Emilia-Romagna.
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