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Teoria della relatività ristretta



Nel XIX secolo le equazioni di Maxwell, che spiegano la teoria dell’elettromagnetismo, entrano in conflitto con le leggi della meccanica classica, in particolare con le trasformazioni di Galileo. Infatti, due dei principi fondamentali su cui la meccanica classica si basa sono:

  • Il concetto di spazio e tempo intesi come entità assolute;
  • Il principio di relatività galileiana: le leggi della meccanica assumono lo stesso valore in tutti i sistemi di riferimento inerziali, qualunque sia la velocità con cui essi si muovono gli uni rispetto agli altri.


    Le equazioni di Maxwell forniscono il valore di c (velocità della luce nel vuoto) e prevedono che tale valore sia il medesimo in tutti i sistemi di riferimento inerziali, indipendentemente dalla loro velocità; ma questo fatto risulta essere inconciliabile con la relatività galileiana che assume che la velocità che esprime il moto di un corpo abbia valori diversi a seconda del sistema di riferimento inerziale considerato. Dunque, la velocità della luce è assoluta per Maxwell, contrariamente a quanto prescritto da Galileo. Si pone, quindi, il problema di capire quale delle due teorie sia corretta.
    Nel 1881 due scienziati Milcheson e Morley con l’esperimento dell’interferometro, suggerito da Maxwell qualche anno prima, riescono a dimostrare come la teoria dell’etere sia inadatta a descrivere il comportamento della luce. Einstein in seguito formula due assiomi che rovesciarono le leggi della fisica:

    1. Principio di relatività ristretta: le leggi della fisica hanno la stessa forma in tutti i sistemi di riferimento inerziali. Con questo principio Einstein stravolse definitivamente il carattere assoluto del tempo.
    2. Principio di invarianza della velocità della luce: la velocità della luce nel vuoto è c in tutti i sistemi di riferimento inerziali, indipendentemente dal moto della sorgente che ha emesso la luce.