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Lo stato di natura


Lo stato di natura è una condizione in cui gli uomini non sono ancora associati fra di loro.
Sono non disciplinati, privi di leggi e non formano una società.

Questa condizione dell'uomo è stata ipotizzata dai filosofi inglesi Thomas Hobbes e John Locke e, in seguito, dallo svizzero Jean-Jacques Rousseau, assumendo caratteristiche diverse.


Thomas Hobbes, esposte nel suo libro "Leviatano" (1651) la sua teoria sullo stato di natura.
Descrive la natura umana come cattiva è egoista "la guerra di tutti contro tutti".
Le motivazioni per cui l'uomo ha lasciato lo stato di natura tanto da nascere una società sono utilitaristiche. L'uomo cerca di formare una struttura, altrimenti sarebbe costretto a trascorrere l’intera vita a combattere, non potendo godere di quei beni per i quali, invece, è costretto a lottare.
La società, secondo Hobbes, nascerebbe da un contratto sociale che prevede delle regole, in cui vengono;
    rispettate le vite altrui
    rispetto alla società privata
    accertare le regole che sarebbero state fatte rispettare dal Leviatano, il capo dello Stato

"Leviatano" è un potere assoluto necessario per gli uomini perché devono avere paura dei poteri. Se il potere statale è debole, l'uomo torna allo stato di natura. Secondo Hobbes, lo stato per funzionare deve avere una monarchia assoluta, un potere coercitivo per far obbedire le leggi, anche con la forza. C'è bisogno di qualcuno che dia delle regole che non devono essere messo in discussioni. Un sovrano che deve garantire la pace all'interno di quella società.

Secondo John Locke, lo stato di natura rispetta già alcuni diritti naturali che coincidono con la ragione, entro i limiti della legge di natura, senza dipendere dalla volontà di nessun altro.

La legge di natura, che sottintendeva la pace e la conservazione di tutti gli uomini, era necessario per conservare e difendere gli altri.

-In questo stato di natura nessuno aveva superiorità e giudizio assoluto o arbitrario sopra un altro.
Lo stato di natura non era, quindi, per Locke, come era per Hobbes, il "bellum omnium contra omnes.
Considera che l'uomo avesse in sé una naturale conoscenza della giustizia e alla pace, una conoscenza innata.

Invece Rousseau affermava che l’uomo fosse, in natura, buono, un “buon selvaggio”, in realtà esattamente come un neonato essere neutro: "né buono né cattivo, senza vizi né virtù"
Questo stato di natura cambiò quando l’umanità fu costretta a vivere in comunità, a causa della crescita della popolazione, e in seguito alla quale cominciò a considerare la buona opinione degli altri come un valore indispensabile per il proprio benessere.

Lo sviluppo dell’agricoltura e della metallurgia, con la conseguente creazione della proprietà privata e della divisione del lavoro, portarono a una crescente dipendenza reciproca degli individui e alla disuguaglianza tra gli uomini.

La conseguente condizione di conflitto, tra chi aveva molto e chi poco o nulla, fece sì che il primo Stato fosse concepito come una forma di contratto sociale, suggerito dai più ricchi e potenti. Questi, infatti, tramite proprio il contratto sociale, sanzionarono la proprietà privata, istituzionalizzando la diseguaglianza come se fosse inerente alla società umana. Il desiderio di essere considerati dallo sguardo altrui aveva corrotto l’integrità e l’autenticità degli individui all’interno di una società, quella moderna, segnata dalla dipendenza reciproca, dalle gerarchie e dalle diseguaglianze sociali.

Per Rousseau la descrizione di Hobbes della natura umana, descritta come sostanzialmente competitiva ed egoista ed esemplificata dalle frasi Bellum omnium contra omnes ("la guerra di tutti contro tutti" nello stato di natura), e Homo homini lupus ("ogni uomo è lupo per l'altro uomo"), e che ha trovato riscontro nel campo dell'antropologia politica, in realtà è una descrizione del l'uomo già degenerato a causa di cattive influenze, come la proprietà della terra, la religione organizzata, l'organizzazione tribale.
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