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Premesse cartesiane della svolta estetica kantiana


Cartesio, il padre della filosofia moderna, è l’inventore del soggetto, nel senso che è un geniale sistematore teorico del soggetto moderno (in una teorizzazione ancora insuperata); egli non inventa il soggetto, piuttosto compie una sistematizzazione teorica, un processo di soggettivazione che è stato fortemente significativo anche dal punto di vista estetico. Quella che Kant chiama genericamente rappresentazione deriva da Cartesio e ne riproduce la stessa ambiguità; Cartesio non usa la parola Vorstellung ma “idea ”, un termine persino più generico di “rappresentazione”, che in quanto dato mentale ha un’accezione psicologica, molto più distante dal platonismo rispetto al concetto kantiano di rappresentazione. La nozione di idea è proprio quell’innovazione lessicale in cui si traduce la svolta estetica moderna: la nozione di idea diventa una nozione psicologica, in quanto perde qualsiasi rilevanza ontologica (non è più una res), ma anche in quanto sussiste solo perché io la penso. Affermando che una delle linee portanti della modernità è quella che oggi definiamo come “la migrazione del mondo nel soggetto” non si può che partire dal testo che fonda il soggettivismo moderno, cioè le Meditazioni metafisiche; tuttavia il processo di soggettivizzazione, che rappresenta l’intero orizzonte della modernità, non nasce tutto in Cartesio, ma ha dei precedenti. Ad esempio, prima delle Confessioni di Sant’Agostino (→la “modernità” di Agostino, non è solo un modo di dire), che sono un’autobiografia spirituale della sua vita fino alla confessione, non esiste niente di simile: con le Confessioni fa irruzione, per la prima volta, quello che è il “moderno”, ovvero l’Io in quanto coscienza individuale esposta alle vicende della vita (nasce un genere letterario: dimensione narrativa in cui l’Io racconta se stesso). Questo Io, che si può chiamare coscienza ed ha un ruolo fondamentale nella filosofia di Sant’Agostino, ha già le caratteristiche dell’Io moderno, cartesiano e qualcosa di spirituale. Il tema centrale delle Meditazioni è il problema della conoscenza sensibile e della sua validità: possiamo guidarci dai sensi? La risposta è no: i sensi ingannano. Anche le filosofie antica e medievale assegnano alla conoscenza sensibile un valore soggettivo (i sensi ingannano→allucinazioni, illusioni ottiche), ma la svalutazione della sensibilità come fonte di conoscenza nel mondo classico e medievale è soltanto relativa: la teoria aristotelica della conoscenza (→tutto il Medioevo cammina sulla strada aperta da Aristotele, almeno per quanto riguarda la teoria della conoscenza) non esclude affatto le qualità sensibili, percettive dalla definizione della sostanza (che va definita: definizione logica→sostanza e accidenti: la sostanza è ciò che “sorregge” i suoi accidenti). Egli distingue le affermazioni probabili, non necessariamente vere (“i cigni sono bianchi”, ciò non toglie che si possono incontrare cigni neri), da quelle, che sono sempre vere (in quanto contenute, come accidenti, all’interno della definizione di sostanza) e che possono contenere anche elementi qualitativi: la svalutazione della sensibilità, in sede conoscitiva, sia nel mondo classico che in quello medievale è relativa, tanto è vero che una qualità sensibile (come il colore) può entrare a far parte di una definizione logicamente necessaria ed oggettiva. Essa diventa radicale e definitiva nel pensiero moderno: c’è un salto epistemologico, tale per cui nasce il pensiero moderno, che attua una svalutazione a priori e quindi assoluta delle qualità sensibili, che in quanto soggettive sono idee, fatti mentali e non possono per questo entrare nella definizione scientifica della cosa.
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