Locke - Epistola sulla tolleranza

Scritta nel 1685 in Olanda da John Locke, pubblicata anonima nel 1689, la Lettera sulla Tolleranza è presto divenuta una pietra miliare nel dibattito sulla libertà religiosa e di pensiero.
Il titolo completo dell'opera è Epistola de Tolerantia ad Clarissimum Virum T.A.R.P.T.O.L.A Scripta a P.A.P.O.I.L.A. L'acronimo ha subito diverse interpretazioni, la più diffusa delle quali è quella di Jean le Clerc, che traduce il primo blocco in "Theologiae Apud Remostrantes Professorem Tyrannidis Osorem Limburgium Armstelodamensen" e il secondo in "Pacis Amico Persecutionis Osore Ioanne Luckio Anglo". Il significato sarebbe pressappoco: all'onestissimo Limborch di Amsterdam, professore di teologia presso i Rimostranti, odiatore della tirannide, da Giovanni Locke, inglese, amico della pace, odiatore della persecuzione.

Il contesto socio-culturale

Il problema della tolleranza, in un Seicento che vedeva l'unità religiosa europea divisa dalla riforma protestante, era estremamente attuale, e fu quindi oggetto della riflessione di altri grandi pensatori come Spinoza (Tractatus Teologicus-Politicus) o Bayle (Pensieri diversi sulla cometa). In entrambi i testi si era infatti già affrontata la possibilità che persone con religione diversa convivessero all'interno di un'unica società, ed è in essi che si sviluppa per la prima volta il problema della divisone dei poteri fra Stato e Chiesa. Se ne deduce la necessità di dividere con precisione i rispettivi ambiti. Il testo di Locke rappresenta una continuazione, un approfondimento e in parte un superamento di queste posizioni. Forte in lui anche l'influenza dei deisti, rispetto ai quali però, paradossalmente, rivolgerà una maggiore attenzione al religioso, piuttosto che alla libertà di pensiero in generale.

L'opera

Il filo conduttore dell' opera è il tentativo di una fondazione etica e politica della tolleranza, attraverso la definizione delle proprietà e dei diversi campi di influenza di Stato e Chiesa, di Religione e Società.
Il primo passo dell'esposizione di Locke è quello di definire cosa si intenda per Stato e Chiesa.
Lo Stato è, secondo il filosofo, una "società di uomini costituita per conservare e promuovere soltanto i beni civili". Per questi ultimi Locke intende quelli più ovvi, quali la conservazione del proprio corpo, la libertà, la proprietà. Lo stato, per dirigere la comunità entro questi principi, potrà fare uso della costrizione e della forza, nei limiti di un sistema di legislativo e giudiziario fondato sugli obiettivi sopra descritti. Dicendo soltanto i beni civili, Locke intende però stabilire che non rientrerà nei diritti dei magistrati servirsi della forza per imporre il proprio giudizio su qualcosa che non risulti deleterio alla conservazione e al benessere della società
La Chiesa, infatti, è per Locke "una libera società di uomini che si riuniscono spontaneamente per onorare pubblicamente Dio nel modo in cui credono sarà accetto alla divinità, per ottenere la salvezza dell'anima" Se lo stato si servisse della forza per imporre la dottrina, tale scelta entrerebbe quindi in contraddizione con la stessa definizione di Chiesa, che ha alla sua base una libera scelta che, se trasformata in costrizione, non otterrebbe che un effetto apparente, facendo del credente un ipocrita.
La fede è infatti una scelta interiore, non trasmissibile per eredità né per diritto: è convinzione personale svincolata dalle influenze esterne. Il diritto d'intervento del magistrato nei confronti del religioso sarà quindi limitato alla regolazione del suo esercizio, e quegli potrà intervenire in questo solo qualora questo vada a ledere quei principi sul quale si fonda lo stato. Essendo l'adesione spontanea, inoltre, non sarà autorità della chiesa operare costrizioni di alcun tipo nei confronti dei suoi membri; si potrà servire invece di altri mezzi, come la scomunica, l'espulsione dalla comunità.
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