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Leibniz, Gottfried Wilhelm - Mondo metafisico scaricato 2 volte

Leibniz, un mondo metafisico


Il centro del pensiero di Leibniz è la Sostanza, punto da cui parte tutta la riflessione sull'esistenza.
La Sostanza, per lui, è:
- centro originario di attività;
- realtà avente in sé la fonte della propria dinamicità;
- molteplice.
Partendo dal terzo punto, si arriva a dire che quindi le sostanze sono molteplici, e sono:
- infinite;
- individuali;
- diverse tra di loro.
Perciò si può dire che nel mondo ci sono infinite sostanze individuali, diverse fra loro.
Questo è definito "Principio della "identità degli indiscernibili": questo principio metafisico esclude che in natura ci siano due cose esattamente identiche; per tanto, devono esistere solo sostanze individuali.
Questo assunto porta all'altro caposaldo del pensiero leibniziano, che é la monade.
La monade è:
- ciò che è uno, unico e semplice;
- un'unità individuale e indivisibile, ovvero senza parti, del reale;
- atomo spirituale, ovvero dotato di energia, capacità e creatività;
- indistruttibile, tranne che da Dio
- un'entità in sé completa, inalterabile e autosufficiente.
Leibniz descrive le monadi come "senza finestre", intendendo la loro autosufficienza. Ciò significa che il loro sviluppo non necessita di interventi esterni, poiché tutto è contenuto nella monade all'atto della sua creazione.
Ogni monade è dotata di un'attività rappresentativa, in modo da cogliere in sé le altre monadi. Ecco che si può dire che la monade è un vivo e ininterrotto specchio vivente dell'universo, un microcosmo che comprende tutto, ciò che ha in sé la rappresentazione del tutto.
Ogni monade ha la stessa prospettiva che ha un uomo quando guarda una città da un'altura, ovvero, la percepisce nella sua totalità, anche se non del tutto chiaramente, e la vede in modi diversi a seconda del suo punto di osservazione: da qui Leibniz ricava il concetto di "Universo policentrico".
Il mondo, perciò, non è una realtà unica e sostanziale, ma è frutto delle infinite prospettive che di esso ogni singola monade percepisce.
Introducendo la parola "mondo", Leibniz ne parla al plurale, sostenendo che Dio ha creato molti mondi, che il nostro non è né unico né necessario, ma è il migliore, ma che non è in nessun modo perfetto, poiché la perfezione è attributo di Dio.
Importante è anche saper paragonare il pensiero leibniziano a quello degli altri importanti filosofi dell'epoca, come Galileo, Cartesio, Spinoza e Hobbes.
Difatti Leibniz sostiene, al contrario di questi, che Dio, quando agisce, si propone un fine, cioè il bene; che il principio di tutte le esistenze e delle leggi della natura consiste nella causa finale, "perché Dio si propone sempre il meglio e il più perfetto"; che l'origine del tutto è la sua causa finale.
Più in particolare, ciò che contrappone il pensiero di Leibniz a quello di Cartesio è il mezzo con cui il mondo fisico può essere spiegato: per Cartesio in soli termini fisici, mentre per Leibniz solo in termini metafisici. E Leibniz ritiene, al contrario di Cartesio, che nel creato non si conserva la quantità di movimento, ma la quantità complessiva della "forza viva" o energia cinetica.
La forza viva è il principio originario metafisico che rappresenta quell'"alcunché di superiore" che è il fondamento dell'estensione e del movimento; è l'essenza delle monadi, o sostanze, individuali. Attenzione, questo non è una totale negazione del meccanicismo, ma è anzi una forma di conciliazione con la prospettiva metafisica.
Di qui ripropongo la frase suddetta: il mondo non è una realtà unica, sostanziale e meccanica, ma frutto delle infinite prospettive che di esso ogni singola monade percepisce.
Leibniz parla di percezione, ma anche di appercezione: la percezione è attributo di tutte le monadi, mentre l'appercezione è attributo solo degli spiriti o intelligenze (cioè monadi superiori), che fanno sempre parte della totalità delle monadi. In altre parole: tutte le monadi (tra cui vi sono anche gli spiriti o intelligenze) hanno l'attributo della percezione, mentre solo gli spiriti o intelligenze hanno anche l'attributo dell'appercezione.
La percezione è una percezione inconsapevole, ovvero lo “stato interiore della monade che si rappresenta le cose esterne”, cioè avere rappresentazioni delle cose, come un suono, o un sapore.
L'appercezione è una percezione consapevole, ovvero la "coscienza o conoscienza riflessa di quello stato interno", cioè avere la consapevolezza dell'attività percettiva.
Ciononostante, le monadi intelligenti hanno più percezioni inconsapevoli: nelle monadi intelligenti, o spiriti, o intelligenze, il numero di percezioni consapevoli è minore del numero di percezioni inconsapevoli. Ecco che si parla di "piccole percezioni", cioè rappresentazioni confuse che connotano la gran parte dell'attività mentale del soggetto.
Le monadi sono distinte in:
1. del tutto prive di coscienza;
2. animali, in cui la coscienza del percepire è data dalla memoria sola;
3. spiriti superiori, consapevoli di avere razionalità e volontà.
Leibniz distingue due tipi di materia: la materia prima è la parte della monade che si oppone alla sua attività, mentre la materia seconda è qualsiasi aggregato di monadi e quindi animali e uomini, dominati dalla monade "anima".
Ma qual è la monade suprema?
La monade suprema è Dio, ovvero perfetta chiarezza totale e perfetta attività.
Il filosofo ha l'ardito compito di creare un nuovo pensiero, il cui scopo è quello di trovare un metodo logico per "matematizzare" il pensiero, eliminando le soggettività, ovvero ridurre il processo mentale al calcolo, e il cui ideale è quello di mettere fine alle dispute e raggiungere l'armonia in Europa.
Per lui la logica ha due funzioni: dimostrare gli enunciati con certezza e elaborare un nuovo sapere attraverso la combinazione delle conoscenze già acquisite.
Ecco il procedimento. Come prima cosa si deve ridurre il contenuto del pensiero a un numero definito di concetti semplici, da cui derivano poi quelli composti (come dalle lettere si passa alle parole); come seconda cosa si deve assegnare a ciascun concetto un "carattere" che lo rappresenti; infine si devono ordinare tali simboli in modo che le loro relazioni coincidano con quelle del pensiero, per determinare la "Characteristica Universalis".
Essa è la lingua del pensiero, con la sua struttura sia grammaticale che sintattica. È, perciò, il linguaggio utilizzabile come base di un'algebra logica, che Leibniz chiama "calculus ratiocrinator", di modo che i nostri errori concettuali si riducano ad errori di calcolo, facilmente correggibili con un attento esame.
Questa è la condicio sine qua non affinché il calcolo, e quindi il ragionamento, sia corretto: i concetti devono essere accostati senza contraddizione. Difatti, la verità si fonda su principi di identità, e non di contraddizione.
La verità è distinta in verità di ragione e verità di fatto.
La verità di ragione è la verità assolutamente necessaria, in cui il predicato è implicito nel soggetto.
La verità di fatto è la verità contingente, che concerne la realtà effettiva, in cui il predicato non può essere dedotto dal soggetto. Questa verità si basa sul "principio di ragion sufficiente", non principio di identità e non contraddizione.
Il principio di ragion sufficiente è spiegabile con le parole del filosofo: "Nulla accade senza una ragione sufficiente, cioè senza che sia possibile (a chi conosca in profondità le cose) dare una ragione che sia sufficiente a determinare perché è accaduto così e non altrimenti”. Perciò, tutto ciò che avviene nel mondo sottostà al principio di ragion sufficiente.
Prima abbiamo introdotto il concetto di "Dio". Esso:
- è la monade suprema;
- conosce tutto ciò che è contenuto nelle monadi, a priori;
- è onnisciente;
- è dotato di libertà divina che coincide con la razionalità e la necessità.
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