Kierkegaard(Copenaghen, 1813)

Kierkegaard, il suo pensiero costituisce la più nota critica al sistema hegeliano, egli mette in dubbio la presunta razionalità della realtà, ovvero che tutto ciò che è reale non è razionale. Il singolo individuo ha che fare con l'angoscia e trova sostegno nella fede religiosa. Egli afferma anche che il singolo non può mai essere compreso e spiegato in termini razionali, ma soltanto la Parola di Dio può avere una validità per tutti. Egli trascorre una vita isolata scrivendo numerose opere nel quale espone il proprio pensiero; si trova in conflitto con la filosofia del tempo e con la chiesa luterana. Il pubblico di Kierkegaard è vario e diversificato, si tratta soprattutto di credenti non soddisfatti della cristianità. Kierkegaard ricorre alla tradizione biblica e riconosce in essa una verità che va oltre la dimensione semplicemente religiosa, la fede è un vero e proprio salto nel buio contro la propria ragione, la fede e paradosso. La forma delle opere di Kierkegaard è quella di scritti non sistematici, spesso si tratta di materiale inizialmente lavorato in sermoni, ma prevale la forma del diario. Ha pubblicato i suoi scritti sotto diversi pseudonimi.

Per Kierkegaard il singolo essere umano non può essere ridotto al divenire dialettico dello spirito, la verità per Kierkegaard è sempre soggettiva, in quanto si può sperimentare soltanto nell’esistenza individuale, come esperienza del singolo individuo. Il percorso filosofico può essere diviso in tre momenti:
• Il primo è quello estetico, cioè la vita dedita alla pratica edonistica; in questo momento si ha a che fare con il seguire il proprio desiderio e istinto; non ci si costruirà come persona in quanto l’unica sensazione è il piacere (Don Giovanni);
• Il secondo momento è quello etico, trova il sul centro nell'esperienza del matrimonio e della vita familiare; il passaggio dal mondo estetico all’etico sarà possibile solo se invece di seguire il piacere seguirò il dovere; ne uscirà un uomo che si costruisce da sé (Giudice Whillem)
• Il terzo momento è quello religioso o ascetico, incentrato sulla rinuncia alla vita “normale” del matrimonio e delle leggi. Questo stadio è assimilato alla fede cieca di Abramo.
Questa tripartizione di categorie di esperienza si colloca in un cristianesimo radicale, con la centralità del Peccato Originale, quale macchia della natura umana se non si compie la scelta religiosa.
Kierkegaard considera il peccato originale la causa prima della precarietà della nostra vita, ma vede nella libertà del singolo la condizione per cui è possibile operare le scelte che portano alla salvezza, indicato da Cristo: la vita religiosa è vista come un rapporto assoluto e totale con Dio, e quale mezzo di liberazione dal peccato.
I tre stadi dell’esistenza:
1. Il primo stadio, estetico, e quello in cui il singolo utilizza persone o cose come mezzi per il suo piacere, fisico o intellettuale. La vita dello stadio estetico è al di fuori del bene e del male, è amorale. Lo stato estetico è molto vario, e in Kierkegaard non è riducibile alla ricerca del piacere erotico. Il piacere sensuale ha come contropartita l'angoscia, egli individua un modello di tale piacere in Don Giovanni il protagonista del capolavoro di Mozart. Il piacere intellettuale ha come contropartita il dubbio e come modello di tale piacere viene individuato il Faust di Goethe. Il piacere dell'avventura ha come contropartita la disperazione ed è paragonabile alla condizione di Asvero, l'ebreo errante che si rifiuta di aiutare Cristo.
Una delle esperienze estetiche esaminate in maniera approfondita è quella della seduzione della donna da parte di Giovanni, il protagonista del Diario del Seduttore. Giovanni è qui lo stesso Kierkegaard, al quale non interessa la seduzione in senso fisico, ma quella in senso spirituale, ovvero la trasformazione della donna innamorata in donna che nega se stessa e riconoscere il seduttore il suo signore. Le vittime vengono “piegate” spiritualmente ai desideri del seduttore, in quanto rinunciano alla propria libertà.
2. Il secondo stadio, etico, è quello in cui il singolo considera gli altri nella vita intersoggettiva della famiglia e della società, come fini e non come mezzi. Rispetta le leggi e le tradizioni.
Nello stadio estetico non vengono operate scelte etiche perché non è ancora presente la differenza tra bene e male, questa differenza compare con la scelta di abbandonare la vita estetica per entrare in quella etica. L'estetica nell'uomo è quello per cui egli spontaneamente è quello che è, l'etica, è quello per cui diventa quello che diventa, entra in gioco la volontà. Nei momenti estetici nascono la noia, l'ira e l'angoscia, che si tramutato in qualcosa di più grande che è la disperazione.
Questa disperazione è ciò che ci consentirà di passare allo stadio etico, e si realizza mediante una scelta. Non è un momento negativo, ma il momento che si deve scegliere perché ci spinge alla scelta più importante, quella che darà vita all’uomo etico. Kierkegaard parla di libertà di scelta, e nel momento in cui avviene dà fondamento al valore della persona umana e insieme alla differenza tra il bene e il male: libertà e responsabilità sostiene che nascono insieme. La scelta compie una sorta di mutazione genetica, l'uomo diventa se stesso, proprio il medesimo di prima e poi diventa un altro, poiché la scelta tutto compenetra e trasforma, ma mentre egli possiede così se stesso, compare la differenza assoluta, quella tra il bene e il male.
La vita etica si realizza come vita intersoggettiva familiare e sociale, di rapporti economici, di lavoro e di collaborazione. Si sofferma su diversi aspetti della vita etica e in particolare sul matrimonio e sulla funzione rispettiva dell'uomo della donna. Nell’etica non è il singolo che conta, ma la relazione.

3. Il terzo stadio, religioso, è incentrato sulla rinuncia alla vita normale, al matrimonio e alle leggi; è una radicalizzazione del filone luterano dl cristianesimo con l’accento posto su Dio, inarrivabile e inconoscibile. L'unica possibilità che ci può salvare dalla disperazione è la scelta religiosa. Essa viene esaminata in "Timore e Tremore" mediante la figura di Abramo, chiamato da Dio, per il sacrificio del suo stesso figlio. Il patriarca si piega al volere del Signore senza trovarvi nè senso nè giustizia: la fede non è morale e la morale non è fede, ma si tratta di due dimensioni tra loro incommensurabili. L'uomo è pertanto libero di credere o non credere e a lui spetta la scelta angosciosa fra queste due alternative.

Secondo Kierkegaard, la vita pone l'uomo sempre di fronte ad una scelta di molteplici possibilità, nessuna delle quali è garantita, così che ogni scelta comporti la possibilità del fallimento. L'angoscia è, dunque, un sentimento della possibilità, tuttavia ha, anche, un aspetto positivo quando viene a incontrarsi con la fede. È l'angoscia stessa del peccato che ha permesso ad Adamo di scoprire la propria effettiva esistenza di individuo e che lo ha condotto ad avere piena coscienza dinanzi a Dio, ossia all'infinito.

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