Søren Kierkegaard

Critica il razionalismo, l'universalismo, l'ottimismo. Kierkegaard dice come Schopenauer che la realtà è irrazionale, quindi ragionare non serve per conoscerla. Si occupa eccessivamente dell'uomo.
Critica all'ontologia di Hegel
1) critica alla dialettica hegeliana, precisa il punto del rapporto tra tesi e antitesi, Kierkegaard dice che non c'è sintesi perché si tratta di due dimensioni completamente diverse, io solo con un salto passo all'antitesi e non è una conseguenza. Quindi per lui la dialettica svolge una funzione completamente negativa.
2) Critica a Hegel, insisteva sul concetto di universalità, mentre per Kierkegaard non esiste l'umanità esistono solo uomini, individui. L'unica dimensione del reale è l'individualità, ogni individuo vive il suo dramma interiore, si angoscia. L'universalità è un'invenzione della ragione umana, quindi non esiste.

Per Kierkegaard c'è questa possibilità di scegliere, ma qualunque cosa si scelga, la conclusione è sempre negativa (categoria della possibilità negativa).
Se noi vogliamo conoscere la realtà, dobbiamo affidarci alla fede, in particolare quella religiosa, perché la ragione è incapace di conoscere la realtà (il titolo di una delle sue opere principali “aut-aut”).
Concetto di ironia per Kierkegaard è il fatto che ogni uomo si sente attratto da un qualcosa che vuole raggiungere, ma che poi si ritrova senza niente, ed è angosciato (la realtà non ci da niente). Critica radicale da parte di Kierkegaard agli idealisti e in particolare verso Hegel.
Ogni individuo è chiuso nel suo dramma interiore senza possibilità di cambiare. Si mise in urto con le autorità religiose e inoltre non ebbe fortuna in quanto nel mondo culturale trionfava ancora Hegel con il suo idealismo.
Significato etimologico per Kierkegaard di esistere (exsistere) come uscire fuori fa un nulla o tutto come individualità (per poi rientrarvi con la morte).
La religione è la dimensione vera perché è incomprensibile irrazionale, abbiamo tre stadi differenti: 1) etico 2) estetico 3) religioso – si può vivere nei tre modi diversi, anche se tutti e tre sono fallimentari.
1) Vita estetica: è quella di colui che prende tutto alla leggera. Può essere un esempio la vita del seduttore, colui che salta da un punto all'altro senza impegnarsi mai, ma così pian piano avverte sempre di più il vuoto di questa vita angosciante. Questo tipo di vita può provocare: Angoscia: scaturisce dalla constatazione che qualsiasi cosa si faccia, questa è sempre negativa – disperazione: mentre l'angoscia è provocata dalla consapevolezza dei miei limiti, la disperazione è l'impotenza del mondo esterno, mentre l'angoscia è l'impotenza del mondo interno.
2) Vita etica: l'essere fa il salto, é colui che si impegna in tutto, in tutte le sue attività, ci crede, ma a poco a poco anche in lui affiora l'angoscia, cioè il senso di vuoto si fa tante domande, su quale valore abbiano le sue scelte.
3) Vita religiosa: l'essere va ancora più avanti, si evolve, e si rinuncia a ragionare (secondo Kierkegaard la religione cristiana è la migliore perché è la più irrazionale, incomprensibile).
Comprendere l'incomprensibile è difficile anche per questo autore. La fede, soltanto vivendo la vita, e intuendone il significato, si può sopportare quella croce che ci grava. La religione ci offre di accettare rassegnatamente questa croce, devo accettare che la vita è questo e che è la vita dello scandalo, del paradosso.
Soluzione paradossale quella di Kierkegaard però in effetti non ci sono altre soluzioni, quindi la religione ci da la speranza che anche se non si verifica mai, ci aiuta.
Il rapporto con Dio è individuale, io devo imitare Cristo, però lui si è sacrificato per gli altri allora lo devo fare anche io o no? Kierkegaard in un primo momento crede più nell'individualità, poi cambia opinione.

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