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La critica della ragion pratica

Si tratta dell’ambito morale ed etico (ethos), e dice che la ragione è sovrana, indipendente da tutto il resto lei ci dice come dobbiamo comportarci.
Qui la ragione è criticata non quando non si attiene all’oggetto come nella critica della ragion pura, ma quando si attiene all’oggetto, perché la ragione è sovrana in ambito morale etico, e perciò deve attenersi solo a sé stessa. È in grado da sola di determinare la volontà; è legge morale (nomos=autonoma). Essa si esprime con un DEVI, l’imperativo categorico, perché noi siamo sensibili e tendiamo a fare quello che vogliamo o basarci sull’opinione altrui, erroneamente; finché non siamo in età di ragione possiamo ascoltare gli altri, ma una volta raggiunta l’età bisogna ascoltare solo la ragione che indirizza verso il bene e il regno dei fini. Non ci da un contenuto, è una LEGGE FORMALE e AUTONOMA, ovvero è in grado da sola di determinare la volontà, non deve ascoltare nessuno. Non deve circoscrivere cosa deve fare perché lei è universale, ed è pura forma solo in ambito pratico, mentre in ambito nosologico commette errori.

Dato che ognuno ha vita diversa, la ragione è universale (stesse forme per tutti) ma determina la volontà del singolo.

Sorgono però dei problemi nella sua analisi, risolti con i tre postulati della ragion pratica (proposizioni che devo ammettere per poter procedere con il ragionamento)
I. Io devo ammettere di essere libero: altrimenti se faccio sempre come la ragione comanda, non sarei umano;
II. La ragione è in noi e si deve esplicare: devo ammettere che la mia anima è immortale, poiché in coloro che muoiono prima, comunque deve realizzarsi e può farlo dopo la vita terrena;
III. Una volta aver conseguito la mia pienezza razionale del mio essere umano, sono morale, devo essere felice: devo quindi ammettere l’esistenza di Dio, di un ente supremo che mi renda felice.

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