Il pensiero di Galileo Galilei


Galileo Galilei, il fondatore della scienza moderna e lo scopritore del metodo sperimentale, sostenne l’autonomia della ricerca scientifica dalla religione. Entrambe hanno come fine la conoscenza della natura, ma, mentre la seconda agisce mediante simboli ed esempi rivelati dal Verbo divino nella Bibbia, la scienza si basa sull’osservazione diretta della realtà di cui indaga i fenomeni attraverso l’interpretazione dei caratteri matematici. La “Bibbia non fa scienza”: questa l’affermazione di Galilei. Ne consegue, seguendo il suo ragionamento, che in un eventuale contrasto tra religione e ricerca scientifica è su quest’ultima che bisogna fare affidamento, non in quanto la Bibbia contenga verità errate, ma perché esse sono il risultato di un adattamento, svolto per mezzo di un linguaggio simbolico, alle conoscenze a al grado di comprensione degli antichi.
Tali teorie, inserite in un contesto storico come quello del Seicento, in cui l’opera degli intellettuali, degli artisti, dei poeti e degli scrittori era posta sotto il controllo della Chiesa, assumono un notevole valore innovativo e costituiscono uno strumento di lotta contro la cultura ufficiale dell’epoca. Infatti Galilei polemizzò aspramente contro gli zelanti neoaristotelici ed i teologi gesuiti, criticando in particolare quel principio d’autorità che sia gli uni sia gli altri ponevano a fondamento del sapere.
Per lo scienziato pisano era inconcepibile l’esistenza di forme di conoscenza precostituite, quindi indipendenti dell’esperienza. Rifiutò pertanto ogni autorità che fosse anteposta all’osservazione diretta dei fenomeni naturali, sia che essa derivasse dal pensiero degli antichi filosofi, a cominciare da Aristotele, sia dalle verità contenute nelle Sacre Scritture.
Galilei non metteva assolutamente in dubbio l’importanza del contributo che Aristotele e gli altri filosofi diedero allo sviluppo della conoscenza nella loro epoca.
Ad irritarlo era invece l’atteggiamento degli zelanti seguaci dell’aristotelismo i quali, nella convinzione che gli antichi, in particolare il loro maestro, fossero i depositari assoluti della verità, solevano negare qualsiasi evidenza, chiudendo la questione sempre con la solita frase: “ipsedixit” (se lo ha detto Aristotele, deve essere necessariamente così).
Per quanto concerne la polemica contro i teologi, Galilei tentò di dimostrare che, poiché la scienza e le Sacre Scritture hanno finalità diverse, anche la ricerca scientifica e la religione devono essere separate: l’obiettivo della prima è di far conoscere all’uomo la struttura dell’universo; lo scopo della seconda è di rafforzare la fede e la condotta morale degli individui affinché possano conquistare la salvezza dell’anima.
I teologi respinsero queste tesi, nel timore che potessero condurre ad un relativismo tale da mettere in discussione, mediante la negazione del principio di autorità e della centralità della Terra nell’universo, il controllo esercitato dalla Chiesa sulla cultura dell’epoca.
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