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Filosofia di Kant e filosofia di Fichte, confronto


Tra la filosofia di Kant e quella di Fichte si possono trovare sia elementi di continuità che elementi di superamento. Continuità, da un lato, perché in Fichte il soggetto trova il senso del suo sé attraverso l’azione morale, ma questa azione non è mai conclusa fino in fondo (questo è appunto il limite della dialettica fichtiana); l’Io, cioè, determina il Non-Io mediante la libertà e il dovere (categorie kantiane) realizzandosi come sforzo mai concluso di spiritualizzazione del mondo. Anche nella filosofia kantiana, quando l’uomo agiva nel mondo non riusciva mai a raggiungere la compiutezza morale perfetta: l’essere era scisso dal dover essere. Kant diceva appunto che il limite dell’azione dell’uomo stava nella cosa in sé (noumeno); per questo c’era il bisogno di superare il limite della critica della ragion pura e di arrivare alla critica della ragion pratica che permetteva di accedere alla cosa in sé attraverso la morale. Questo, però, era uno sforzo mai concluso, così come nella filosofia di Fichte l’Io non riesce a dialettizzare tutto ciò che c’è nel mondo.
Dall’altro lato, però, Fichte supera Kant: mentre il Kantismo è una filosofia del finito, l’idealismo di Fichte è una filosofia dell’infinito. Infatti, se per Kant l’Io era finito perché limitato dalla cosa in sé (noumeno; concetto pensabile ma non conoscibile), per Fichte l’Io è infinito poiché esiste tutto nell’Io e per l’Io. Per questo l’Io fichtiano è sia principio formale (cioè la forma della realtà) che principio materiale (l’Io crea cioè la realtà; il Non-Io è frutto dell’Io).
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