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Fichte (Germania, 1762 – 1814)

Di famiglia poverissima, è il primo di otto figli, ma per la sua intelligenza e la sua passione si conquista i favori di un barone che gli finanzia gli studi. Si iscrive alla facoltà teologica di Jena, poi frequenta quella di Lipsia e si mantiene con l’attività di precettore privato.
Kant è il suo primo “maestro”, e gli permette pubblicare il “Saggio di critica di ogni rivelazione”, cosa che porterà l’Università di Jena a chiamarlo a insegnare.
In seguito pubblica “Lezioni sulla missione del dotto”, sul ruolo centrale degli intellettuali nello sviluppo della società.
Fichte diventa molto famoso, ma con la pubblicazione della “Critica di ogni rivelazione”, dove identifica Dio con l’ordine morale del mondo, nasce una forte polemica sull’ateismo, allora si dimette e la sua cattedra viene presa da Schelling.

Si trasferisce a Berlino, dove frequenta i circoli romantici. Nel 1805 torna all’insegnamento universitario e nel 1808 pubblica i “Discorsi alla nazione tedesca”, pronunciati all’Accademia delle scienze di Berlino a sostegno dello stato prussiano contro l’invasione Napoleonica. Quando viene inaugurata l’università di Berlino, Fichte viene chiamato a dirigere la Facoltà di filosofia e poi nominato rettore.

Fiche si allontana progressivamente dalla filosofia kantiana, portando alle estreme conseguenze la prospettiva trascendentale della stessa.
La filosofia deve riformulare il problema della conoscenza: non bisogna chiedersi come gli oggetti esterni vengano conosciuti, ma come la conoscenza produca le proprie rappresentazioni. Non esiste la cosa in sé e l’esistenza del mondo esterno può essere dedotta dall’analisi di ciò che è presente alla coscienza.
La coscienza è l’Io, è attività, quindi la filosofia deve descrivere il processo spontaneo, libero, con cui la coscienza si genera e si articola nel suo operare.
Per fare ciò bisogna partire dall’Io, cioè dall’attività della conoscenza.

La coscienza è attività attiva di per sé. L’esistenza del mondo esterno può essere dedotta dall’attività dell’Io.

Io (Io divisibile = es. Andrea) -> Agire (attività) = è la condizione principale anche dei singoli individui (il verbo dà maggiormente l’idea del movimento rispetto al sostantivo)

L’idealismo è tutto intriso dell’idea di movimento, di tutto ciò che è in fieri, del divenire. Usare modi dialettici, d’altronde, presuppone il movimento, e l’Io, che pone se stesso, attua un processo dialettico interno (di opposizione e sintesi) che dà luogo al mondo come rappresentazione.

L'Io è il principio di ogni ragionamento filosofico.
Invertendo Cartesio, Fichte afferma: “Sum, ergo cogito”, cioè rappresento, produco quell’illusione necessaria che è il mondo.
L’attività che interessa è l’illusione necessaria che è il mondo, la creazione del mondo operata dall’Io stesso.
L’attività del conoscere è tutta interna all’Io e consiste nella rappresentazione di quell’illusione necessaria che è il mondo.

Secondo Fichte è la filosofia che deve fondare la logica e stabilirne i principi, secondo i quali opera la coscienza. Quella di Fichte sarà al tempo stesso una logica e una metafisica, che stabilirà i principi su cui si fondano sia la struttura formale sia i contenuti possibili del sapere.

Il primo principio: l’Io assoluto

L’Io, prima di porre le cose esterne a sé, pone se stesso = il principio di base di ogni conoscenza è: Io sono Io, dove l’Io è assoluto, incondizionato.
La coscienza dell’Io sta alle radici di ogni sapere.

Fichte parte da questa logica: ciò che da Aristotele in poi è alla base di tutto è il principio di identità, ossia A = A; però esso non è assoluto, bensì ipotetico, cioè richiede almeno una condizione, quindi è necessario che qualcuno lo affermi -> se si pone (afferma, riconosce) A, allora A = A.
Però c’è un solo caso in cui il principio di identità non è ipotetico: quando A indica l’Io, perché se manca l’Io non possono esistere né il principio di identità, né la logica, né il pensiero. Nessun ente esiste autonomamente, tranne l’Io. La proposizione “Io sono Io” vale incondizionatamente e assolutamente: esprime la “pura attività dell’Io”, il quale è assoluto, cioè incondizionato. Il momento in cui l’Io prende coscienza di sé rappresenta il fondamento di ogni sapere e di ogni attività umana.

Il primo principio è quindi “L’Io pone se stesso”.

Il secondo principio: il Non-Io

Il secondo principio della logica è il principio di non contraddizione (la negazione di A non è uguale ad A), basato su quello d’identità: porre il primo vuol dire porre immediatamente il secondo. Se dico A = A, vuol dire che c’è qualcosa che non è A.
Nel momento in cui l’Io afferma se stesso, afferma anche, necessariamente, qualcos’altro: che c’è qualcosa di diverso da A, dall’Io. Infatti, l’Io può porre se stesso solo distinguendosi da qualcos’altro: da un Non-Io.
Il secondo principio è dunque “L’Io pone assolutamente un Non-Io” (cioè per autonoma iniziativa dell’Io).

Il terzo principio: l’Io empirico

I due principi si limitano a vicenda, interagiscono dialetticamente. L’opposizione fra Io e Non-Io va intesa come reciproca limitazione (essi non possono annullarsi!). Per questo il terzo principio corrisponde con la divisibilità dell’Io e del Non-Io, cioè essi sono posti come divisibili. La loro divisibilità rende possibile la loro opposizione parziale ed evita il reciproco annullamento: ciò vuol dire che nella realtà della coscienza l’Io non oppone a se stesso tutto il Non-Io, ma solo parti di esso, cioè certi contenuti rappresentativi.

L’incontro fra Io e Non-Io, la loro unità-opposizione avviene nella coscienza finita, individuale, concreta. Nella realtà le rappresentazioni appartengono a un Io empirico, cioè a un soggetto concreto e individuale, non all’Io assoluto, cioè alla coscienza in generale.
L’Io empirico è una coscienza finita, limitata, ma è su di esso che avviene la conoscenza della realtà, l’attività della coscienza, la relazione con le cose finite del mondo e con gli altri.
L’Io divisibile è l’umanità, distinguibile in individui; il Non-Io divisibile è la natura, intesa come insieme di corpi distinti.

La realtà è dialettica: I + Non-Io (limite).
La dialettica è, per Fichte, la sintesi degli opposti per mezzo della determinazione reciproca.

Riassumendo, Fichte elabora 3 principi:
1. Io sono Io (coscienza dell’Io) -> l’Io prende coscienza di sé, pone se stesso e fonda il conoscere e l’agire umano (facoltà della ragione).
2. L’Io presuppone il Non-Io, lo pone assolutamente (facoltà dell’intelletto). Al soggetto si contrappone l’oggetto, che è presupposto dal soggetto stesso. La realtà è un prodotto inconsapevole dell’attività spirituale dell’Io.
3. All’interno dell’Io, l’Io stesso oppone ad ogni “Io divisibile” un “Non-Io divisibile” (facoltà dell’immaginazione). La reciproca limitazione tra Io e Non-Io rende possibile l’esperienza conoscitiva e l’attività morale dell’Io.

A=A -> Io=Io -> Io sono Io: principio logico ed esistenziale

Io assoluto: condizione di ogni conoscenza possibile; accompagna e rende possibile ogni atto di conoscenza.
Io empirico: conosce; è un’entità reale.
Le condizioni della conoscenza e della coscienza non possono essere oggetti della conoscenza e della coscienza. I due primi principi di Fichte sono trascendentali, perché accompagnano e rendono possibile ogni attività dell’io empirico, ma anche logico-formali, perhcé fondano le strutture formali di ogni conoscenza.

Io singoli (Io empirico e divisibile, spirito) + Non-Io divisibile = Io
QWuesto rappresenta la scena concreta del mondo, è il Teatro del Mondo.
Ad ogni spirito si oppone una materia.

Il continuo agire per spiritualizzare il mondo e vincere la materia è il vero e concreto teatro del mondo.

Cosa fa lo spirito sul corpo? Lo supera, in vista dell’Io.
La libertà è la tensione infinita dello spirito, che anima ogni essere umano e lo spinge ad andare sempre oltre le proprie conoscenze e le proprie azioni. Tale tensione è alimentata da ogni nuovo limite che si incontra. Questo tendere infinito a superare ogni limite è la manifestazione dell’esigenza di libertà.
Anche il processo del conoscere avviene all’insegna della libertà: senza la limitazione rappresentata dal Non-Io, dalle cose, l’Io non avrebbe nemmeno coscienza della sua libertà, la quale si manifesta solo quando diventiamo consapevoli di una limitazione. La conoscenza è soprattutto azione.

Fichte afferma il primato del pratico sul teorico, dove “pratico” significa il morale come manifestazione suprema della ragione che si autodetermina secondo le sue stesse leggi.

L’Io vuole realizzare il mondo umano e naturale in modo conforme alla ragione (ossia vuole agire e pensare in modo razionale): l’importante non è essere liberi, ma diventare, farsi liberi -> tuttavia all’Io si contrappone costantemente il Non-Io (= ostacoli esterni e interni, materiali e spirituali). Una volta superato un ostacolo, se ne presenta un altro. L’Io è così sottoposto a uno sforzo incessante -> la resistenza del Non-Io alla tensione incessante dell’Io rende possibile la coscienza e la libertà. La morale del dovere e della libertà è un invito all’azione e a non essere mai appagati da ciò che si è raggiunto.

Che cos’è la conoscenza?
- Ambito teoretico: l’azione del Non-Io sull’Io (preliminare all’aspetto morale).
Che cos’è la morale?
- Ambito morale: l’azione dell’Io sul Non-Io (per spiritualizzare il mondo, per tendere verso l’Io infinito).

L’agire è sempre più importante del conoscere, quindi la morale ha più importanza: vige il primato pratico sul teoretico.

Questa spiritualizzazione è l’obiettivo degli uomini, che devono aiutarsi vicendevolmente. Il dotto dovrebbe spingere gli altri a questo attivismo. L’agire morale dell’uomo avviene assieme agli altri.
I dotti hanno il dovere di promuovere l’elevazione morale del genere umano (come i filosofi della repubblica platonica): è la loro missione.

La produzione del Non-Io è inconscia, perché la realtà è polarizzata. Questa produzione è un’immaginazione produttiva (l’io penso non aveva un valore ontologico, ma formale; l’aspetto dell’immaginazione produttiva di Fichte non è puramente formale).

“Discorsi alla nazione tedesca” (1808)
Qui Fichte sprona i suoi connazionali a riscattare l’orgoglio di essere tedeschi, dopo l’invasione della Prussia da parte di Napoleone. È un appello all’unità dello Stato, ma anche un’aspirazione verso il ruolo della Germania come guida delle altre nazioni.
La supremazia culturale della Germania deriva dalla sua lingua, che secondo Fichte è l’unica incontaminata, come lo è anche la sua cultura in generale, quindi essa si deve porre come guida culturale dell’Europa.

Se tutti agissero moralmente, non ci sarebbe bisogno di uno Stato che controlla le azioni dei singoli, ma ora è necessario che esista e che gestisca i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. La fonte di tali poteri è il popolo, che con un contratto conferisce allo stato il compito di promulgare e far rispettare le leggi conformi alla morale e alle esigenze della collettività. Ciò implica che il popolo ha anche il potere di insorgere se tali poteri vengono usati in modo ingiusto, come è accaduto nel 1789 in Francia.

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